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Velocizzare la connessione Internet

12 Luglio 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 2 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

Megalab ha di recente pubblicato una guida davvero interessante alle modifiche più importanti da apportare al registro di Windows per navigare alla massima velocità possibile. I tricks in questione si possono applicare solamente a Windows 2000, XP, 2003 e successivi.

- EnablePMTUDiscovery
Di default, tutte le versioni di Windows utilizzano dimensione dei pacchetti TCP/IP (MTU, maximum transmission unit) prefissate a 576 bytes, indipendentemente da quanto effettivamente la rete possa sorreggere questa misura. Alcuni provider possono però adottare dimensioni dei pacchetti diverse, causando la cosiddetta “frammentazione dei pacchetti TCP/IPâ€, con un notevole calo della velocità e un utilizzo non idoneo delle risorse: grazie a questa impostazione, abilitiamo la rilevazione automatica della dimensione dei pacchetti, evitando la frammentazione e massimizzando la velocità.
Viene naturale chiedersi perché questa opzione non sia attivata di default…

Link alla pagina di Microsoft (in inglese)

- EnablePMTUBHDetect
utilizzare in abbinamento alla precedente, questa impostazione permette di rilevare una eccessiva frammentazione dei pacchetti o l’impossibilità dell’host remoto di gestire pacchetti del tipo inviato: in questo caso il sistema ridimensiona automaticamente i pacchetti a dimensioni più piccole, massimizzando la resa.

Link alla pagina di Microsoft (in inglese)

- SackOpts
Questa opzione è attivata di default, ma la includiamo comunque visto che alcuni dei soliti esperti consigliano di disattivarla.
Questa funzione permette a chi riceve di notificare a chi invia (il pacchetto Tcp/IP) che da un certo punto in poi la sequenza non è stata ricevuta: grazie a “Selective Acknowledgment (SACK)â€, chi trasmette potrà ri-inviare i dati partendo dal punto mancante, e non sarà necessario ritrasmettere tutta la sequenza dall’inizio.

Link alla pagina di Microsoft (in inglese)

- Tcp1323Opts
Un settaggio che potenzierà soprattutto le connessioni più veloci, dovrebbe portare vantaggi proporzionali alla larghezza di banda (dovrebbe migliorare più una ADSL che non una ISDN)

Link alla pagina di Microsoft (in inglese)

- MaxCacheEntryTtlLimit, MaxSOACacheEntryTtlLimit
Agiamo sul DNS facendo in modo che gli indirizzi già risolti, cioè trasformati da formato letterale a formato numerico, vengano tenuti in cache più a lungo, evitando di dover ri-interrogare ogni volta il DNS del vostro provider. Attenzione: se avete disattivato il servizio DNS Client come consigliato, potreste doverlo riattivare prima di poter sfruttare questa opzione.

- DefaultTTL
Il “Time to Live†determina quanto a lungo un pacchetto possa “vivere†nella rete prima di essere scartato: settare il TTL in maniera corretta non è facile. Se da un lato un valore elevato riduce al minimo il rischio di Timeout, le performance potrebbero essere compromesse: abbiamo quindi modificato il valore di default, 128 secondi, a 200, numero che riteniamo possa essere un buon compromesso.

- CacheHashTableSize, CacheHashTableBucketSize
Incrementiamo il numero di righe/colonne nella tabella DNS, permettendo di gestire una cache più ampia e quindi ridurre al minimo il numero di interrogazioni.

Link alla pagina di Microsoft (in inglese)

Per i più curiosi, ecco cosa contiene il registro:

[HKEY_LOCAL_MACHINESYSTEMCurrentControlSetServicesTcpipParameters]
“EnablePMTUBHDetect”=dword:00000001
“EnablePMTUDiscovery”=dword:00000001
“SackOpts”=dword:00000001
“Tcp1323Opts”=dword:00000002
“TcpWindowSize”=dword:0005ae4c
“GlobalMaxTcpWindowSize”=dword:00011a6c
“DefaultTTL”=dword:000000c8
“CacheHashTableSize”=dword:000000fa
“CacheHashTableBucketSize”=dword:0000000f
[HKEY_LOCAL_MACHINESYSTEMCurrentControlSetServicesDnscacheParameters]
“MaxSOACacheEntryTtlLimit”=dword:00000320
“MaxCacheEntryTtlLimit”=dword:00003e80

Pajamas Media: svegliati America!

25 Giugno 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 3 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

Pubblichiamo un interessante articolo apparso su Ideazione, in merito all’impatto del fenomeno blog sulla politica e l’informazione americana: l’esempio dei Pajamas Media e delle attività di cani da guardia dei media tradizionali da parte di altri blogger autorevoli può essere il pretesto per una riflessione sulla situazione italiana, e sul cambiamento del rapporto tra lettore ed informatore nella nuova società della conoscenza e delle tecnologie.

“Ne avete sentito parlare così tanto che probabilmente vi è già venuto a noia. Eppure non avete ancora visto nulla. Sappiate, anzi, che in America la rivoluzione dei weblog è ancora nella sua fase di gestazione. Siamo soltanto all’inizio, insomma, del fenomeno blog e soprattutto del suo impatto nella vita sociale e politica d’Oltreoceano. E non solo perché ogni minuto nasce un nuovo giornale-diario personale on line. Piuttosto, considerate questo: fino all’anno scorso quasi tutti dicevano che Internet avrebbe cambiato la politica, quantomeno quella americana, per sempre. Ora, con l’esperienza delle elezioni presidenziali alle spalle, sappiamo che quelle non erano chiacchiere al bar e ci siamo resi davvero conto che Internet ha modificato alcuni importanti aspetti della politica americana. Ora resta da capire se il cambiamento sia stato in meglio o in peggio. La risposta non è, come potrebbe apparire, scontata. Intanto dividerei la questione in due punti, cioè distinguerei l’effetto che i blog hanno avuto sulla politica dall’impatto sul mondo dell’informazione.

Cominciamo dalla politica. Credo che, fin qui, l’impatto sia stato enorme, ma negativo. Se è vero, infatti, che il flusso di informazioni sui candidati, sui loro programmi, sulle loro idee ha certamente migliorato il rapporto tra elettore e candidato, nonché le capacità di autofinanziamento e organizzative dei comitati elettorali, è altrettanto vero che aver spostato il baricentro della campagna politica sulla Rete, a danno delle più tradizionali forme di comunicazione e del classico porta a porta, ha fatto perdere ai candidati il contatto con la realtà, una realtà che quasi sempre è molto diversa da quella rappresentata o che ha voce nella comunità virtuale. Il punto è che non c’è niente di più lontano dalla vita reale del mondo descritto sulla Rete. Chi non se ne accorge entra in un vicolo cieco che finisce necessariamente per corrompere il messaggio politico, specie se ci si lascia convincere che quel mondo telematico sia un microcosmo di quello reale. L’ha spiegato molto bene Markos Moulitsas, proprietario e fondatore del più cliccato blog politico d’America, Daily Kos, seicentomila contatti quotidiani per un sito che, secondo i canoni americani, è di estrema sinistra.

A un certo punto, e a malincuore, Moulitsas ha dovuto ammettere che la comunità dei blogger «vive in un mondo diverso» da quello popolato da gente in carne e ossa. La prova di tale affermazione, Moulitsas l’ha trovata in un sondaggio pubblicato da Time Magazine secondo cui il 79 per cento degli americani non ha mai sentito nominare Ann Coulter, la corrosiva columnist di destra che è al centro di ogni battaglia culturale tra i blogger conservatori e quelli liberal. Quella ricerca dimostrava come il personaggio più noto, più amato e più odiato della blogosfera americana (e non solo) fosse totalmente sconosciuto all’America vera. Ma a voler metter di fila gli aspetti negativi della svolta internettiana della politica, una rivoluzione peraltro accelerata dall’esplosione dei blog, c’è di più e anche di peggio. L’esempio è quello dei Democratici. Alla fine del 2003, il velleitario candidato dell’ala liberal del partito, Howard Dean, grazie al suo manager Joe Trippi, ha deciso di sfidare l’establishment del partito puntando tutte le sue scarse carte politiche su Internet, sui blog, sulla mobilitazione telematica dei giovani trasformati in militanti a distanza e, soprattutto, sulla formidabile idea di usare la Rete come collettore di finanziamenti dal basso.

Una mossa geniale, anche perché ha consentito ai Democratici di accedere ai piccoli contributi dei singoli cittadini che sono sempre stati uno dei punti di forza del fund-raising dei Repubblicani. In questo modo, e da questa sua nuova costituency di giovani, carini e incavolati neri con George Bush, Dean ha raccolto circa 40 milioni di dollari e per alcuni mesi è sembrato inarrestabile. I giornali non hanno perso occasione per dimostrare di essere a loro volta scollegati dalla realtà, e hanno sprecato pagine per annunciare l’ineluttabile vittoria di Dean. Eppure alla prima prova fuori dal mondo virtuale, vale a dire in occasione del caucus in Iowa e delle primarie in New Hampshire, la bolla di Dean si è sgonfiata come si era sgonfiata la bolla speculativa di Internet qualche anno prima. Nonostante tutti quei soldi e quel can can telematico, Dean è stato letteralmente sepolto dai voti di John Kerry e di John Edwards e non si è mai più ripreso. La sua campagna sarà ricordata per quell’urlo belluino successivo alla sconfitta, un segnale di inaudito stupore che dimostrava come Dean proprio non si aspettava che l’America liberal fosse così diversa da quella che gli raccontava la Rete. Fin qui poco male.

Ma il danno che la rivoluzione internettiana ha fatto alla politica dei Democratici non si è fermato a Dean. Quel patrimonio di conoscenza e di indirizzari Internet e di collaboratori e di militanti mobilitati sulla Rete si è trasferito, sebbene senza entusiasmo, sul candidato considerato il più “presidenziale†tra i Democratici, cioè su John Kerry. Eppure, nonostante il vento della rivoluzione in poppa, Kerry ha perso lo stesso. Il fronte Bush, dal canto suo, ha utilizzato Internet in modo più tradizionale, se così si può dire di uno strumento nuovo: per costruire cioè un indirizzario di 7 milioni e mezzo di elettori. A differenza dei Democratici, i Repubblicani non hanno finanziato siti e blog politici per mobilitare gli elettori. Con i soldi, piuttosto, hanno costruito una fenomenale rete di volontari locali che ha sezionato, analizzato e mobilitato il paese contea per contea. Nel partito di Bush non c’è stato l’equivalente innamoramento per siti come meetup.org e moveon.org, giudicati dall’altra parte come la chiave di volta per entrare alla Casa Bianca.

E nessuno ha finanziato blog indipendenti come hanno fatto i Democratici con Daily Kos. Le voci del 2 novembre, a seggi ancora aperti, di una vittoria imperiosa di John Kerry su Bush, le stesse che hanno convinto tutti i giornali italiani (tranne uno) a sbagliare titolo e presidente, sono nate esattamente da questa dipendenza della politica dai blog: è stata Ann Marie Cox di Wonkette, un weblog liberal di gossip politico, a raccontare al resto del mondo, compreso quello reale che c’è cascato in pieno, di un “un uccellino†che le aveva dato per certa la vittoria di Kerry. L’uccellino, si è scoperto dopo, era un funzionario del Partito democratico. Sarebbe bastato dare un’occhiata attenta a quei dati per capire che non potevano essere rappresentativi di alcunché, eppure la notizia diffusa da un blog amico dei Democratici ha fatto un istantaneo e inarrestabile giro del mondo. I blog quindi hanno vinto la partita, sono diventati fonti autorevoli, ma essersi affidati a loro è stato un disastro strategico e politico: i Democratici non hanno soltanto sprecato denaro ed energie, ma all’improvviso si sono trovati a essere dipendenti, politicamente e finanziariamente, da un settore della società americana molto più radicale ed estremista della sua media nazionale.
[…]
Altra cosa è l’impatto dei blog sull’informazione. I blog non hanno soltanto cambiato il modo di fare i giornali, l’hanno migliorato. E il merito è dei blogger conservatori. A differenza di quelli liberal, interessati soltanto ad abbattere Bush e la sua Amministrazione, i blogger di destra sono i veri rivoluzionari della Rete. Il loro obiettivo non è l’avversario politico né il sostegno al proprio partito. Ciò che li unisce è l’odio nei confronti della stampa tradizionale e dei giornalisti professionisti, giudicati come una quinta colonna degli interessi liberal. Spesso a ragione, sono convinti che il New York Times, la Cnn, la Cbs e quasi tutti gli altri grandi organi di stampa, abbiano un pregiudizio di sinistra. Il loro gioco, la loro ragione sociale, è smascherare questo bias, questo pregiudizio. Così mentre i blog liberal hanno spostato a sinistra l’asse dei Democratici, indebolendoli, quelli conservatori hanno assestato un’infinità di colpi alla credibilità della stampa liberal. Il risultato più evidente di questo ruolo di cane da guardia della correttezza dei Mainstream Media (Msm) è quello di aver convinto la stampa tradizionale a stare più attenta prima di imbarcarsi in operazioni ideologiche e di scarsa etica giornalistica.

Dentro le redazioni ora si avverte il fiato sul collo dei blog e i giornalisti sanno che le scorrettezze avranno vita breve. Si deve ai blog conservatori Free Republic, Power Line e Little Green Footballs, per esempio. la campagna che sotto elezioni ha costretto alle dimissioni Dan Rather della Cbs. Il decano dei telegiornalisti americani aveva fatto uno scoop anti-Bush, mostrando in tv un documento del 1972 della Guardia Nazionale che svelava i favoritismi ricevuti dal presidente ai tempi del suo servizio militare. Poche ore dopo lo scoop, i tre blogger hanno avanzato dubbi sull’autenticità di quel documento e hanno scoperto che si trattava di un falso. Rather e la Cbs prima hanno prima accusato i Repubblicani di complotto, poi hanno negato, infine dopo 11 giorni di bombardamento telematico hanno dovuto ammettere il falso. I Msm avevano cercato di abbattere Bush, ma sono soltanto riusciti a screditare se stessi. I blog conservatori sono più credibili dei loro dirimpettai liberal anche per un altro motivo: a destra non c’è un sito dominante come Daily Kos e non c’è un’ortodossia conservatrice da rispettare. I primi quattro o cinque blog conservatori viaggiano intorno ai cento o duecentomila lettori al giorno.

Il principale è Istapundit, curato dal professore di Legge all’Università del Tennessee, Glenn Reynolds. Istapundit sostiene la guerra al terrorismo di Bush, ma dissente dal presidente su aborto, ricerca sugli embrioni e matrimonio omosessuale. Stessa cosa per un’altra blogstar conservatrice come Andrew Sullivan: alle elezioni ha addirittura sostenuto Kerry. Il livello di dibattito e di discussione che si trova su The Corner, il blog della National Review, non si trova da nessuna altra parte del lato sinistro della blogosfera. Su quel fronte piuttosto è nato The Huffington Post, un blog collettivo scritto da ricchi, belli, famosi di Hollywood, guidati da Arianna Huffington, una saggista e giornalista di origine greca. Nel collettivo di Beverly Hills ci sono Diane Keaton, Norman Mailer, Larry David, Walter Cronkite, Warren Beatty, Bill Maher, Al Franken, Bob Kennedy junior, attori, produttori, autori televisivi, comici, giornalisti, politici e finanche l’editrice di Playboy, Christie Hefner. Tutta gente che non ha certo bisogno di un mezzo indipendente e alternativo come il blog per far conoscere il proprio pensiero.

Ma i liberal sono fatti così: controllano l’editoria, i giornali, la televisione e il cinema eppure sono sinceramente convinti di essere dei diseredati senza voce. Molto più interessante, invece, è la fase 2 immaginata dai blogger che svelarono il falso scoop di Rather: un progetto di business chiamato Pajamas Media. La nuova fase sarà in pigiama perché un alto dirigente della Cnn aveva definito i blogger dei «ragazzini in pigiama seduti in tinello». Un modo sprezzante per dire che il parere di questi pischelli non interessa a nessuno. Eppure i pischelli avevano visto giusto, tanto che ora sia il New York Times sia il gruppo Murdoch hanno deciso di investire nel settore e di sfruttare le potenzialità del mezzo. L’idea di Pajamas Media è mettere insieme quanti più blog possibili, e in tutto il mondo, per provare a vendere gli spazi pubblicitari in blocco, sfruttare l’onda lunga dei piccolissimi blog e speculare sulla forza d’urto dei venti milioni di lettori quotidiani. Pajamas Media non vuole soltanto raccogliere pubblicità, ma pensa di attaccare i Mainstream media sul loro terreno, invadendo a pagamento gli spazi di giornali, tv e radio grazie a un Blog News Service, una specie di agenzia di stampa che fornisca ai media tradizionali i contenuti dei loro blog.”

I ragazzi in pigiama che stanno cambiando gli Stati Uniti, articolo di Christian Rocca pubblicato su Ideazione, ottobre 2005.

Quali New Media?

21 Giugno 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 3 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

L’evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione di massa può essere letta come componente di un più ampio processo evolutivo che ha coinvolto tutti i media nella comunicazione. L’emergere delle tecnologie digitali, oltre ad un cambiamento tecnologico vero e proprio, ha generato anche numerose implicazioni sociali, se pensiamo ai new media come la nuova industria culturale, con i suoi modi di gestione, presentazion, archiviazione dei contenuti, ed all’evoluzione dei modi d’uso e di fruizione delle informazioni da parte degli utenti.
Poichè la digitalizzazione dei segnali e lo scambio di messaggi in formati compressi ed ipertestuali hanno trovato la loro più completa forma di realizzazione nel medium Internet, è ad esso che faremo riferimento nella nostra analisi, chiarendone elementi distintivi ed implicazioni comunicative:

FISSAZIONE
La nascita della digitalizzazione dei segnali e di nuovi supporti tecnologici (cd, dvd, cd-rom) per la loro memorizzazione ha segnato un’ulteriore svolta nella storia dei media: dalla scrittura alla registrazione magnetica di suoni ed immagini, il progresso verso un grado di fissazione sempre maggiore dei prodotti simbolici è stato inarrestabile.
Gli strumenti digitali hanno introdotto però nell’universo mediale una combinazione particolare di diversi elementi:
1. immagazzinabilità: gli strumenti digitali sono innanzitutto mezzi di conservazione ed immagazzinamento delle informazioni quantitativamente molto potenti, grazie alle tecniche di compressione che hanno permesso di creare grandissimi archivi con un piccolo spreco di memoria.
2. stabilità: qualsiasi dato archiviato in forma digitale non si deteriore nel tempo e non subisce alterazioni o distorsioni durante la trasmissione.
3. accessibilità immediata: tra la produzione dei contenuti e la loro archiviazione non esiste una continuità temporale, ogni prodotto mediale è immediatamente archiviabile ed ogni archivio, immediatamente fruibile. Presente e passato sono indistinti quando l’utente naviga sul Web.
4. inalterabilità: i contenuti sono fissati in maniera stabile, indipendentemente dal numero di interazioni o fruizioni dei dati.
5. manipolabilità: i contenuti possono essere continuamente fruiti, aggiornati, arricchiti, pur senza perdita di qualità.

RIPRODUZIONE
Con le tecnologie digitali la riproducibilità dei contenuti è pressochè illimitata, facilmente accessibile e difficilmente controllabile; la qualità digitale ha messo anche in crisi la distinzione tra originale e copia, poichè la riproduzione non implica un degrado dei dati riprodotti e rende difficile stabilirne l’autenticità. Per questo è stato necessario ripensare ed adattare la nozione di diritto d’autore, di proprietà intellettuale, aprendo il lungo dibattito sulle opere d’ingegno intese come proprietà da tutelare oppure come bene pubblico che su Internet trova il luogo ideale per la libera circolazione.
Dal controllo della riproduzione delle copie, siamo passati al controllo dei percorsi di accesso ai dati.

IBRIDAZIONE E CONVERGENZA
Le innovazioni tecnologiche sollecitano continuamente l’evoluzione della comunicazione, un processo non originale, ma derivato dalla metamorfosi dei mezzi più vecchi di diffusione delle informazioni; come sappiamo, in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Le diverse forme dei media non porteranno allo sviluppo di un unico medium universale, ma piuttosto stanno procedendo su vie parallele, ma convergenti, che creano nuove forme di comunicazione.
Il processo di ibridazione entra in gioco in 3 fasi:
1. produzione dei media: evolvono le economie, fatte di imprese multimediali ed emergono nuovi soggetti produttori e distributori dei contenuti online, che hanno aperto la strada a nuovi ruoli e figure professionali;
2. canali di trasmissione: l’empiezza di banda, cavi, fibre, UMTS, wireless; un singolo strumento può veicolare servizi che in passato avevano bisogno di mezzi diversi;
3. crasi di linguaggi e contenuti: i singoli media hanno superato la loro specificità a favore di una comunicazione sincretica globale; multimediale significa appunto che la comunicazione ha inglobato codici simbolici diversi, che sono stati riadattati in relazione alla nuova tecnologia dominante ed all’accesso alla Rete.

PERSONALIZZAZIONE
Il personal medium è essenzialmente “uno strumento di comunicazione pienamente multimediale, interattivo e personale, interconnesso ad altri in tempo reale” (Chiarvesio-Lemmi, 1996).
Dunque la personalizzazione può essere snodata attraverso quattro aspetti:
1. livello di simulazione del reale, esigenza che nasce dal tentativo di raccogliere e rispondere alle sollecitazioni dell’utente in modo più diretto e naturale possibile; sia i linguaggi Ri-mediati sia lo stile “a finestre” del Web hanno lo scopo di non caricare l’utente di una fase di apprendimento, ma al contrario di inserirlo in un ambiente in cui egli sappia già muoversi, come nella realtà, secondo una logica di immediatezza e di trasparenza. La disponibilità dell’utente ad accettare l’equivalenza tra esperienza reale/simulata è una conditio sine qua non del patto comunicativo.
2. grado di interattività, intesa sia come possibilità di costruire una fruizione dei contenuti libera, senza sottostare alla rigidità di palinsesti prestabiliti; sia come scambio tra utenti, ricalcando i meccanismi dell’interazione personale (forum, chat, etc.); sia come utilizzo di dispositivi tecnologici con l’ambiente reale, progettando ad esempio componenti abitativi sulle necessità dell’utente (si pensi alla casa di Bill Gates).
3. contenuti personalizzabili, ovvero il grado con cui l’utente costruisce il proprio percorso di consultazione dei dati di interesse;
4. mobilità: il personal medium è sempre più un medium portatile, caratteristica del quale è consentire una comunicazione in movimento. Colombo (2001) ha parlato in proposito di “medium vagabondo”, in quanto l’evoluzione continua sembra star andando proprio verso lo svincolamento da una postazione di fruizione dei contenuti predefinita e fissa.

I cambiamenti sociali, economici, cognitivi, semantici, linguistici, pedagogici che hanno profondamente modificato il comportamento di milioni di utenti verso l’approccio alla comunicazione hanno innescato una vera e propria mediamorfosi, il cui percorso è cominciato tanto tempo fa, eppure è ancora tutto da scoprire.

Tratto da I nuovi strumenti del comunicare (Bettetini, Garassini, Gasparini, Vittadini; 2001)

Google: scorciatoie da tastiera

13 Giugno 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 3 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

shortcut-gmail
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Wink: creare presentazioni multimediali

31 Maggio 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 3 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

Perchè spendere soldi quando si possono usare ottimi programmi freeware per le esigenze più disparate?
Wink è un software in italiano che serve a catturare singole schermate o zone del desktop a vostra scelta, ed a realizzare file .exe dotati di un loro player, file Swf, oppure documenti Pdf, salvando le schermate che abbiamo scelto per illustrare un’attività svolta sul computer.

1. Installare il programma, andare su File – Choose Language – e selezionare Italian.
wink1

2. Chiudere e riavviare per applicare le modifiche. Riaprire e, sempre in File – Preferences potete settare i tasti (Change hotkeys for) per la cattura delle schermate.
wink2

3. File – New per cominciare ad impostare il vostro progetto di cattura degli schermi.
Di default è impostata la cattura a tutto schermo, ma aprendo la selezione in cui compare Screen, si può scegliere una zona ridotta del desktop, oppure impostare, nella Region, le misure a mano.

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Generation Content

18 Maggio 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 3 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

Si parla di Generation Content come di un gruppo numeroso di persone che fanno (spesso) ciò che fino a 10 anni fa sarebbe stato impensabile: produrre contenuto, pubblicarlo gratuitamente e farlo consumare dal pubblico, spesso molto vasto. E a volte ricavandone dei benefici economici.

Secondo una ricerca del Pew Internet & American Life Project, circa un 44% degli adulti americani utenti di Internet hanno creato una qualche forma di contenuto e lo hanno messo in rete. E questo è probabilmente niente se pensiamo a quello che ci aspetta con il progressivo entrare sul mercato di generazioni nate con una tastiera in mano e che hanno iniziato a vedere Internet (usato dai genitori, ovviamente) sin dal primo giorno di vita o giù di lì, una generazione che avrà a disposizione strumenti tecnologici per la creazione del contenuto che facciamo fatica a immaginarci.. specialmente tenendo conto che già oggi con un migliaio di euro o poco più di attrezzatura si possono autoprodurre corti o anche lungometraggi che riescono ad arrivare a prestigiose rassegne come il Sundance Festival.
L’interesse del mondo dei media “istituzionali†verso l’autoproduzione è stato espresso in moltissime occasioni: perchè non sfruttare la creatività altrui, soprattuttutto se gratuita e quantitativamente illimitata? - si chiedono i marketers.

La generazione di contenuti da parte degli utenti è un fenomeno in ulteriore espansione: i blog sono pane quotidiano, fucine di idee e creatività, promotori di quella tendenza in atto che viene definita grass root information - l’informazione dal basso.

Viene spontaneo interrogarsi sull’impatto economico di questa mole di contenuti generati dai consumatori stessi, ma anche su come le agenzie in futuro “dovranno (potranno) gestire” i contenuti fai-da-te nelle vere campagne pubblicitarie:

1. dato che lo User Generated Content essenzialmente è un modo efficace per ottenere gratuitamente contenuto e pubblicità, in un prossimo futuro probabilmente i consumatori inizieranno a chiedersi come mai non vengono pagati;
2. se ogni azienda propone contenuto generato dai consumatori, la differenziazione tra audience e produttori di contenuti si assottiglia e le aziende stesse diventano veri e propri distributori di contenuto;
3. a questo punto nasce l’esigenza di filtrare meglio i contenuti. In un parallelo con i blogs, che pure sono modi per esprimere se stessi, abbiamo visto che, quando milioni di persone esprimeranno se stesse, fintanto che arriviamo a trovare ciò che ci interessa non abbiamo più di tempo di “consumare” l’informazione;
4. quindi i “marketers” che capiranno come filtrare e contestualizzare il contenuto generato dagli utenti acquisiranno una posizione privilegiata sul mercato;
5. i consumatori prima o poi inevitabilmente si stancheranno di generare contenuto gratis per aziende come MySpace senza che quest’ultime condividano i guadagni con loro;
6. ricapitolando: i marketer che sapranno filtrare i contenuti di qualità e condividere i guadagni con gli utenti prevarranno sicuramente sul mercato. Le origini di questo nuovo modello di business si intravedono in Amazon (attraverso i suoi affiliate programs) e in Google (vedi adsense);
7. non è fantasia immaginare un modello di retribuzione”cost per play” per contenuti che attraggono nuovi visitatori sul sito ospitante.

In sostanza,le opportunità di branding risiedono nel FILTRARE, CONTESTUALIZZARE e RETRIBUIRE contenuto di qualità.

Di tesi opposta, o almeno con concorde, è Mauro Lupi, che risponde a queste riflessioni concordando sul fatto che probabilmente aumenterà la quantità di contenuti remuneati, ma che tuttavia la C-generation non potrà diventare un media sostenuto economicamente per diversi motivi:

1. Quando l’offerta è virtualmente infinita (chiunque può aprire un blog), la domanda disposta a pagare tende a ridursi fino a livelli prossimi allo zero.
2. Esisterà sempre chi offrirà piattaforme gratuite in cambio dell’aumento dell’inventory per esporre la pubblicità. Nessuno ormai crede più di poter chiedere soldi a Yahoo! o Google per il fatto che l’uso (gratuito) dei loro tool per l’email, gli IM, le chat, ecc. produce spazi che ospitano pubblicità.
3. Esiste una logica dell’economia del dono (De Biase-pensiero) per cui la quasi totalità dei blog non nasce da mercenari che scrivono per ricevere un ricavo economico diretto, ma piuttosto per la voglia di esprimersi e interagire con altri.
4. Anche se qualcuno cerca di prevedere una remunerazione per la C-generation, non ci sarà mai l’audience che potrà incrociare (e quindi pagare) tutti. L’attenzione delle persone è comunque una risorsa finita.

Se proprio si vogliono fare congetture su modelli economici speculativi su fenomeno del Consumer Generated Content, si potrebbe piuttosto pensare agli indispensabili filtri che saranno necessari per gestire tale mole di informazioni. Filtri che dovranno essere senz’altro più sofisticati e precisi degli attuali motori di ricerca.

Insomma, se sia meglio lasciare che ognuno faccia il proprio mestiere, è altrettanto vero che non si può non tenere in considerazione la portata di tali cambiamenti culturali, tanto che le grandi compagnie del web hanno previsto (e continuano a migliorare) la quantità e qualità dei servizi offerti online ai consumatori per consentire loro un’interazione sempre crescente.

Per addetti ai lavori, riporto questo interessante articolo pubblicato lo scorso dicembre.

Come il 2005 è stato un anno fondamentale per quanto riguarda l’industria dei contenuti, il 2006 sarà l’anno dei publisher, delle compagnie che hanno investito in tecnologia e degli utenti che sono alla ricerca di contenuti personali e professionali, poichè da un’era in cui molte persone cercavano di immaginare che cosa fosse un blog siamo passati ad altre forme di user-generated media che hanno assunto un ruolo determinante nell’universo dell’aggregazione dei contenuti.
L’industria dei giornali, ad esempio, si è dovuta confrontare con una realtà contaminata da blog, video online, compratori che non si interessano più delle pubblicazioni stampate.
La nascita di Google Base e il crescente interesse in wiki ed altre forme di database generate dagli utenti dimostra che ormai tutto il mondo sta diventando un database, e questa sfida costante accresce la capacità dei contenuti di essere fruiti in contesti user-oriented.
Il Web 2.0 ci fa sognare nuovi modi di dare valore ai nostri contenuti attraverso tecnologie editoriali a basso costo: sono apparsi e si sono consolidati nuovi flussi di contenuti, nuovi modelli di business, nuovi modi di organizzare il contenuto per ottenere una crescita nei profitti futuri.
Con la crescita di nuovi tool generati dagli utenti, i publisher dovranno approntare modi innovativi e nuovi prodotti in grado di massimizzare la loro capacità di relazionarsi con l’audience in maniera sempre più specifica e specializzata.
Queste relazioni si costruiranno sulla base di piattaforme virtuali e fisiche che connetteranno bisogni personali e professionali, complicati da questioni come le licenze.

Alcuni elementi chiave per capire come “investire negli utenti†possono essere riassunti nelle “4 P”:
1. Packaging: il Packaging dei contenuti per un piazzamento ottimale sui motori di ricerca è stato un elemento chiave per monetizzare l’editoria elettronica degli anni 2000, ma il 2006 vedrà i publisher e le compagnie che investono in tecnologia dei contenuti muoversi verso contesti più efficaci attraverso i quali organizzare e monetizzare i contenuti.
Questo significa maggiori investimenti nell’indicizzazione e nei metadati per far sì che il contenuto venga compreso chiaramente dall’utente in qualsiasi ambiente e nella creazione di servizi di valore in grado di fornire un’aggregazione efficace dei contenuti e dei risultati dei motori di ricerca.
Se nel Web ogni pagina è una home page gli oggetti che possono essere trovati sul Web devono essere organizzati e pacchettizzati (packaged) in modo tale da poter essere fruiti su qualsiasi piattaforma o servizio tu desideri.

2. Piattaforma: nel 2006 le piattaforme emergenti per il publishing e l’utilizzo dei contenuti saranno sempre più diverse e più focalizzate sulle esigenze degli individui e delle istituzioni che ne faranno uso. Software e servizi facilmente configurabili e feed si svilupperanno sempre di più in ambienti usati dagli individui e dalle istituzioni.
Fioriranno componenti browser e browser-based che offrono un’esperienza – utente sofisticata e produttiva, mentre i PC si trasformeranno in motori di storage e di grafica con sempre meno strumenti di publishing nativi.
I flussi di contenuto che scorrono in blog e altri user-generated media saranno assorbiti rapidamente in portali più grandi, supportati da piattaforme di publishing sempre più sofisticate che permetteranno agli utenti e alle istituzioni di divenire publisher sempre più efficaci ed in grado di monetizzare con o senza partner di publishing più grandi .

3. Premium: la proliferazione di user-generated media, archivi aperti e altri nuovi materiali digitalizzati sfideranno i publisher mainstream nella creazione sia di contenuti aperti che di contenuti premium fruibili tramite sottoscrizione o altri schemi di accesso.
Nel 2006 il downloading legale, la condivisione e la riconfigurazione dei contenuti digitali da parte degli utenti saranno delle sfide da affrontare per publisher e i distributori che vogliono proteggere i loro diritti di licenza e che desiderano creare relazioni valide con utenti in ambienti personali e professionali.

4. Personalizzazione: il 2006 vedrà un’esplosione di servizi indirizzati alla capitalizzazione di pubblicazioni sempre più personalizzate e localizzate. La crescita elevata delle pubblicità online farà salire i costi significativamente, mettendo sempre più pressione sui pubblicitari per massimizzare i ritorni degli investimenti dei potenziali clienti attraverso lanci targettizzati, piazzamenti e ecommerce.
Localizzare il valore del contenuto (multi-lingua) sarà una parte chiave della personalizzazione.
Le pubblicazioni stampate ed i libri esploreranno nuove strade per la monetizzazione focalizzandosi su di una distribuzione altamente targettizata e personalizzata per audience di elite.

Articolo originale: Investing in Users: 2006 Forecast Preview

L’importanza del Social Bookmarking

16 Maggio 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 3 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

Un bookmark letteralmente è un segnalibro, infatti oggi si parla di social bookmarking per indicare la pratica di “salvare” l’indirizzo di siti web ritenuti interessati attraverso l’uso di etichette e parole chiave; attraverso il bookmarking, si può creare una specie di collezione di siti, da poter condividere con altri utenti grazie ad appositi siti-contenitori.
Questa pratica ha letteralmente rivoluzionato la prospettiva sulla diffusione delle informazioni, dato che sono gli utenti a scegliere quale informazione promuovere e taggare, in maniera assolutamente libera e personale.
I siti di social bookmarking organizzano il loro contenuto tramite appunto l’uso di tag (un “Tag” é semplicemente una parola chiave che identifica e classifica il sito o la pagina Web in base ai contenuti, e questo puó essere fatto rapidamente con pochi click salvando per sempre online i nostri preferiti). La popolarità di questi siti è in costante crescita, in quanto sono uno strumento facile e intuitivo per individuare, classificare, ordinare e condividere le risorse Internet attraverso la pratica dell’etichettatura e categorizzazione (tagging). Ulteriori risultati possono essere ottenuti raggruppando insieme più tag.

Cenni storici
Il concetto di “condivisione in rete dei bookmark” è databile verso la metà del 1999, ma le prime proposte in questo senso furono di breve durata, travolte dalla crisi che investì il comparto dell’alta tecnologia dopo il 2001. Il social bookmarking diviene una pratica diffusa solo nel settembre del 2003 con la nascita del sito del.icio.us, che funge da apripista e si qualifica ancora oggi come punto di riferimento.
Il 2005 vede l’ingresso nel settore del popolare motore di ricerca Yahoo! che lancia My Web 1.0, un servizio di social bookmarking giunto ora nel 2006 alla versione 2.0: seppure ancora in fase di beta testing, il programma è stabile ed ha attratto oltre un milione di utenti. Intanto, nel dicembre 2005 Yahoo! incorpora del.icio.us, conquistando una posizione di grande rilevanza nell’ormai affollato settore del social bookmarking.
Altre società che lavorano su questa iniziativa sono Simply, Reddit e, in italiano, le nuove Segnalo e Smarking.
La pratica di taggare siti si è ben presto estesa ad altri tipi di contenuti: si possono condividere immagini (Flickr), video (YouTube), audio (Freesound), notizie (TagCloud, NewsGator) e così via: una particolarità è del.irio.us, una versione open source di del.icio.us.

Visione d’insieme
In un sistema di social bookmarking gli utenti registrano un catalogo di risorse Internet ritenute, a vario titolo, utili e stimolanti. Sovente questi elenchi sono pubblicamente accessibili e altre persone con analoghi interessi possono visionarli, casualmente o suddivisi per categorie. Alcuni sistemi di social bookmarking salvaguardano la privacy, consentendo la registrazione di segnalibri in forma anonima, ovvero non associati ad un nominativo.
La categorizzazione delle risorse avviene per mezzo di “parole chiave” (tag) liberamente e informalmente scelte dall’utente (vedi Folksonomia). La maggioranza dei servizi di social bookmarking permette agli utenti la ricerca di segnalibri associati a determinate etichette (tag), oltre all’ordinamento delle singole risorse Internet in base al numero delle segnalazioni. Molti siti hanno altresì implementato algoritmi per ottenere risultati da ricerche condotte su gruppi di parole chiave.

Aspetti positivi
Questo sistema gode di numerosi vantaggi rispetto ai tradizionali software per la localizzazione e la classificazione automatizzata di risorse Internet quali, ad esempio, i motori di ricerca. Nei sistemi di social bookmarking la classificazione di risorse si basa su etichette (tag) create da esseri umani, che “comprendono” il contenuto del sito catalogato, all’opposto di quanto avviene con un software che “cerca di comprendere” il significato di una risorsa per mezzo di un algoritmo. Il social bookmarking introduce il concetto di etichette (tag) classificate “semanticamente”, una possibilità ancora assente negli attuali motori di ricerca.
Inoltre, poiché la gente cataloga risorse che ritiene utili, i siti di maggior interesse e valore sono segnalati da un alto numero di utenti. Di conseguenza, un simile sistema “collocherà” una risorsa in base alla sua utilità “percepita”. Questo risultato è di maggior interesse per l’utente finale rispetto a quello ottenibile con altri sistemi che “collocano” una risorsa in base al numero di collegamenti esterni che puntano su di essa.

Esempio d’uso
Immaginiamo due risorse Internet: la prima ha molti collegamenti che conducono ad essa, ma presenta uno scarso interesse; la seconda ha relativamente pochi collegamenti, ma possiede maggiori attrattive per l’utente finale. I motori di ricerca tradizionali come Google tendono a privilegiare la prima risorsa collocandola nei primi risultati, mentre un sistema di social bookmarking, basato su un metodo d’ordinamento che considera prioritario il grado d’usabilità, privilegia la seconda risorsa.

Notifica automatica
La classificazione e l’ordinamento delle risorse Internet è un processo in continua evoluzione, così molti sistemi di social bookmatking offrono la sottoscrizione a feed RSS basati sulle categorie. In questo modo, l’utente abbonato al servizio riceve una notifica automatica non appena nuovi segnalibri appartenenti alla propria area d’interesse vengono aggiunti da altri utenti.

Inconvenienti
Esistono alcuni inconvenienti legati ai sistemi basati sull’attribuzione di etichette (tag): mancanza di una serie codificata di parole chiave, assenza di uno standard per la struttura delle etichette (ad es. singolare contro plurale, uso delle lettere maiuscole, ecc.), scorrette catalogazioni dovute a errori di ortografia, etichette che possono avere più di un significato, schemi di categorizzazione altamente “personalizzati” da parte di alcuni utenti. Infine, non esiste la possibilità per l’utente di evidenziare le relazioni gerarchiche tra le etichette (ad es. un sito potrebbe essere catalogato sia “formaggio” che “parmigiano”, senza un meccanismo indicante che quest’ultimo è un “perfezionamento” o una “sottocategoria” di “formaggio”).

I sistemi di social bookmarking sono naturalmente soggetti a rapida evoluzione, così nel prossimo futuro è probabile che questi aspetti negativi troveranno un’adeguata soluzione, o risulteranno superati.

via Wikipedia

Che cos’è il Bluetooth?

15 Maggio 2005

ATTENZIONE: Questo articolo è stato scritto circa 3 anni fa. Alcuni links e argomenti trattati potrebbero non essere più validi.

Sapevate che il nome Bluetooth deriva dal soprannome di un famoso condottiero scandinavo, re di Danimarca del medioevo, Harald II Bluetotth che conquistò la Norvegia?
Oggi si definisce Bluetooth la famosa tecnologia che ha la capacità di far dialogare e interagire fra loro dispositivi diversi (telefoni, stampanti, notebook, PDA, impianti HiFi, tv,computer, PC, cellulari, elettrodomestici, device,etc ) senza la necessità di collegamenti via cavo, ovvero in maniera wireless (una tipologia di comunicazione, ad un monitoraggio e a un insieme di sistemi di controllo in cui i segnali viaggiano nello spazio e non su fili o cavi di trasmissione; in un sistema wireless la trasmissione avviene principalmente via radiofrequenza -RF o via infrarosso -IR, eliminando ogni tipo di connessione fisica; per fare ciò ciascun dispositivo deve possedere all’interno un chip, integrato, in grado di trasmettere e ricevere informazioni nell’etere ).BT_bluetooth
Nel panorama Wireless il Bluetooth è sicuramente una tecnologia che ha cambiato, e che rivoluzionerà il mercato della connessione delle reti wireless, principalmente per i bassi costi di trasmissione su cui essa si basa e soprattutto per la possibilità di far comunicare qualunque tipo di dispositivo wireless attraverso onde radio.
La tecnologia Bluetooth è specificatamente progettata per realizzare la comunicazione senza fili per apparecchi di piccole dimensioni. Il concetto chiave ispiratore di questa tecnologia è quello di eliminare completamente i cavi necessari alla comunicazione fra apparecchi.

Tutte le apparecchiature bluetooth predisposte in un ambiente di lavoro sono nella condizione di generare piccoli network (reti) senza fili, cioè un’interconnessione di comunicazioni-dati come ad esempio una rete di computer (Lan). Diversamente da una lan i dispositivi interconnessi non si limitano ai computer ma ad altri diversificati apparecchi elettronici come cellulari, cuffie, proiettori, scanner, videocamere, fotocamere, elettrodomestici vari. Questi collegamenti senza fili sono effettuati usando un ricetrasmettitore che opera nella frequenza di 2,4 GHz, frequenza assegnata per usi industriali. Le frequenze utilizzate variano da paese a paese, in relazione alle normative nazionali.
Questi piccoli network wireless sono generalmente chiamati piconet: un piconet è costituito da due o più periferiche che condividono un canale di comunicazione utilizzando Bluetooth , fino ad un massimo di 8 dispositivi. La frequenza di 2,4 Ghz è sotto le frequenze UHF radio amatoriali che vanno dai 5,65 - 5,85 Ghz.
Il sistema di comunicazione bluetooth è progettato per funzionare anche in ambienti con forte presenza di interferenze, campi elettromagnetici, ciò che va sotto il nome di elettrosmog, ciò per assicurare collegamenti sempre efficienti e affidabili. E’ possibile ad esempio ascoltare musica dell’ impianto stereo o della Tv tramite la cuffia senza fili anche se ci sono oggetti, ostacoli interposti, cosa impossibile con le cuffie a raggi infrarossi (tecnologia Irda). La velocità di comunicazione è prossima ad 1 Mbps, mille volte inferiore alla potenza di un cellulare GSM, impiegando la tecnologia TDD (Time Division Duplex, tecnologia impiegata nella gestione del traffico asimmetrico, come ad esempio per internet e l’ Umts).
In relazione alla potenza i dispositivi Bluetooth vengono distinti in classi 1, 2, 3: generalmente un notebook implementa un terminale bluetooth in classe 2 con raggio d’azione di diversi metri.
BT_powerclass
Lo standard Bluetooth consente di creare delle Wpan (Wireless personal area networks) con diversi nuovi servizi, quelle che vengono definite reti wireless individuali, ossia gruppi di dispositivi differenti tra loro collegati per soddisfare le esigenze del singolo.
Bluetooth permette infatti di gestire sia i dati sia la voce, utilizzando una trasmissione a pacchetto su rete radio per i dati e una modalità connection-oriented per la voce.

I dispositivi dotati di questa tecnologia comunicano dunque tra loro creando e riconfigurando dinamicamente (la configurazione cambia infatti automaticamente quando si inserisce o si elimina un dispositivo) delle reti ad hoc (picoreti): ciò permette, ad esempio, di sincronizzare i dati di un Pc portatile e un Pda semplicemente avvicinando i due apparecchi, oppure di passare automaticamente al vivavoce quando si entra in auto parlando al cellulare. Tutto questo è possibile grazie al service discovery protocol (SDP) che permette ad un dispositivo Bluetooth di determinare quali sono i servizi che gli altri apparecchi presenti nella picorete mettono a disposizione. Tale protocollo può fungere sia da server (ossia può essere interrogato da un altro dispositivo e rispondere con i propri servizi) sia da client (interrogando gli altri dispositivi) e ogni apparecchio dispone delle informazioni relative ai servizi di cui è capace e dei protocolli supportati: altri apparati potranno fare uso di queste informazioni per determinare le possibilità di interazione con i nodi della picorete.

BT_bu Gli elementi base di un sistema Bluetooth sono l’RU (unità radio) e l’BU (unità base): i dispositivi comunicano tra loro in modo dinamico, mentre la picorete si configura automaticamente quando si inserisce o si elimina un dispositivo. A loro volta più picoreti possono interconnettersi tra loro aumentando le possibilità di espansione. In un collegamento tutti gli apparecchi Bluetooth connessi sono generalmente in modalità standby, cioè di attesa, seguendo un ciclo di scansione ad intervalli di tempo di 1,28 secondi al fine di verificare la presenza di eventuali altri dispositivi; in tale modalità tutti i dispositivi bluetooth sono a basso consumo energetico. La scansione effettuata può essere di due tipi : PS (Page Scan) e IS (Inquiry Scan).
La scansione PS consente la la ricerca di un collegamento con un altro apparecchio Bleutooth, che può risultare in modalità connectable mode o non-connectable mode; la scansione IS, simile alla precedente, permette di identificare la tipologia di apparecchi disponibili nella picorete, discoverable mode o non-discoverade mode, e di approntare i necessari protocolli per il collegamento.

Una piccola rete Bluetooth può supportare un collegamento punto a punto (point to point) e multi punto (multipoint).
Ogni unità contiene all’interno più componenti:
- l’unità radio
- l’unità di controllo di collegamento ( link unit)
- l’unità di gestione e di interfaccia del collegamento
Le connessioni tra dispositivi bluetooth vengono contrallate dal Link Manager (LM, componente software che gestisce le impostazioni,l’autenticazione,le configurazioni, ecc..) e dal Link Controller (LC, componente hardware che gestisce l’invio/ricezione dei dati,le impostazioni dei dati, ecc..). Il Link Manager sorveglia il collegamento tra i diversi dispositivi Bluetooth e verifica le procedure di autenticazione e configurazione del collegamento, attraverso il contatto con un altro Link Manager.
Lo scambio delle informazioni di servizio avviene tramite il protocollo LMP (Link Manager Protocol): le informazioni dell’LMP possono essere di trasmissione e ricezione dati, di autenticazione, di scansione (page scan, inquiry scan, park hold sniff), di identificazione, di collegamento, di determinazione canale comunicativo, di verifica, la compressione dei dati scambiati.
I messaggi inviati vengono chiamati PDU (Protocol Data Units) e si articolano in 55 tipologie. Un ulteriore livello di controllo superiore è l’ L2CAP (Logical Link Control and Adaptation Protocol) che agisce una volta stabilita la connessione tra dispositivi tramite l’LMP, gestendo la segmentazione/ricompilazione pacchetti dati (di 64 Kb max), il multiplexing, le informazioni QoS (Quality of Service).

Fonte: prof. Pauletto

[Bluetooth.com]