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Generation Content

18 Maggio 2005

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Si parla di Generation Content come di un gruppo numeroso di persone che fanno (spesso) ciò che fino a 10 anni fa sarebbe stato impensabile: produrre contenuto, pubblicarlo gratuitamente e farlo consumare dal pubblico, spesso molto vasto. E a volte ricavandone dei benefici economici.

Secondo una ricerca del Pew Internet & American Life Project, circa un 44% degli adulti americani utenti di Internet hanno creato una qualche forma di contenuto e lo hanno messo in rete. E questo è probabilmente niente se pensiamo a quello che ci aspetta con il progressivo entrare sul mercato di generazioni nate con una tastiera in mano e che hanno iniziato a vedere Internet (usato dai genitori, ovviamente) sin dal primo giorno di vita o giù di lì, una generazione che avrà a disposizione strumenti tecnologici per la creazione del contenuto che facciamo fatica a immaginarci.. specialmente tenendo conto che già oggi con un migliaio di euro o poco più di attrezzatura si possono autoprodurre corti o anche lungometraggi che riescono ad arrivare a prestigiose rassegne come il Sundance Festival.
L’interesse del mondo dei media “istituzionali†verso l’autoproduzione è stato espresso in moltissime occasioni: perchè non sfruttare la creatività altrui, soprattuttutto se gratuita e quantitativamente illimitata? - si chiedono i marketers.

La generazione di contenuti da parte degli utenti è un fenomeno in ulteriore espansione: i blog sono pane quotidiano, fucine di idee e creatività, promotori di quella tendenza in atto che viene definita grass root information - l’informazione dal basso.

Viene spontaneo interrogarsi sull’impatto economico di questa mole di contenuti generati dai consumatori stessi, ma anche su come le agenzie in futuro “dovranno (potranno) gestire” i contenuti fai-da-te nelle vere campagne pubblicitarie:

1. dato che lo User Generated Content essenzialmente è un modo efficace per ottenere gratuitamente contenuto e pubblicità, in un prossimo futuro probabilmente i consumatori inizieranno a chiedersi come mai non vengono pagati;
2. se ogni azienda propone contenuto generato dai consumatori, la differenziazione tra audience e produttori di contenuti si assottiglia e le aziende stesse diventano veri e propri distributori di contenuto;
3. a questo punto nasce l’esigenza di filtrare meglio i contenuti. In un parallelo con i blogs, che pure sono modi per esprimere se stessi, abbiamo visto che, quando milioni di persone esprimeranno se stesse, fintanto che arriviamo a trovare ciò che ci interessa non abbiamo più di tempo di “consumare” l’informazione;
4. quindi i “marketers” che capiranno come filtrare e contestualizzare il contenuto generato dagli utenti acquisiranno una posizione privilegiata sul mercato;
5. i consumatori prima o poi inevitabilmente si stancheranno di generare contenuto gratis per aziende come MySpace senza che quest’ultime condividano i guadagni con loro;
6. ricapitolando: i marketer che sapranno filtrare i contenuti di qualità e condividere i guadagni con gli utenti prevarranno sicuramente sul mercato. Le origini di questo nuovo modello di business si intravedono in Amazon (attraverso i suoi affiliate programs) e in Google (vedi adsense);
7. non è fantasia immaginare un modello di retribuzione”cost per play” per contenuti che attraggono nuovi visitatori sul sito ospitante.

In sostanza,le opportunità di branding risiedono nel FILTRARE, CONTESTUALIZZARE e RETRIBUIRE contenuto di qualità.

Di tesi opposta, o almeno con concorde, è Mauro Lupi, che risponde a queste riflessioni concordando sul fatto che probabilmente aumenterà la quantità di contenuti remuneati, ma che tuttavia la C-generation non potrà diventare un media sostenuto economicamente per diversi motivi:

1. Quando l’offerta è virtualmente infinita (chiunque può aprire un blog), la domanda disposta a pagare tende a ridursi fino a livelli prossimi allo zero.
2. Esisterà sempre chi offrirà piattaforme gratuite in cambio dell’aumento dell’inventory per esporre la pubblicità. Nessuno ormai crede più di poter chiedere soldi a Yahoo! o Google per il fatto che l’uso (gratuito) dei loro tool per l’email, gli IM, le chat, ecc. produce spazi che ospitano pubblicità.
3. Esiste una logica dell’economia del dono (De Biase-pensiero) per cui la quasi totalità dei blog non nasce da mercenari che scrivono per ricevere un ricavo economico diretto, ma piuttosto per la voglia di esprimersi e interagire con altri.
4. Anche se qualcuno cerca di prevedere una remunerazione per la C-generation, non ci sarà mai l’audience che potrà incrociare (e quindi pagare) tutti. L’attenzione delle persone è comunque una risorsa finita.

Se proprio si vogliono fare congetture su modelli economici speculativi su fenomeno del Consumer Generated Content, si potrebbe piuttosto pensare agli indispensabili filtri che saranno necessari per gestire tale mole di informazioni. Filtri che dovranno essere senz’altro più sofisticati e precisi degli attuali motori di ricerca.

Insomma, se sia meglio lasciare che ognuno faccia il proprio mestiere, è altrettanto vero che non si può non tenere in considerazione la portata di tali cambiamenti culturali, tanto che le grandi compagnie del web hanno previsto (e continuano a migliorare) la quantità e qualità dei servizi offerti online ai consumatori per consentire loro un’interazione sempre crescente.

Per addetti ai lavori, riporto questo interessante articolo pubblicato lo scorso dicembre.

Come il 2005 è stato un anno fondamentale per quanto riguarda l’industria dei contenuti, il 2006 sarà l’anno dei publisher, delle compagnie che hanno investito in tecnologia e degli utenti che sono alla ricerca di contenuti personali e professionali, poichè da un’era in cui molte persone cercavano di immaginare che cosa fosse un blog siamo passati ad altre forme di user-generated media che hanno assunto un ruolo determinante nell’universo dell’aggregazione dei contenuti.
L’industria dei giornali, ad esempio, si è dovuta confrontare con una realtà contaminata da blog, video online, compratori che non si interessano più delle pubblicazioni stampate.
La nascita di Google Base e il crescente interesse in wiki ed altre forme di database generate dagli utenti dimostra che ormai tutto il mondo sta diventando un database, e questa sfida costante accresce la capacità dei contenuti di essere fruiti in contesti user-oriented.
Il Web 2.0 ci fa sognare nuovi modi di dare valore ai nostri contenuti attraverso tecnologie editoriali a basso costo: sono apparsi e si sono consolidati nuovi flussi di contenuti, nuovi modelli di business, nuovi modi di organizzare il contenuto per ottenere una crescita nei profitti futuri.
Con la crescita di nuovi tool generati dagli utenti, i publisher dovranno approntare modi innovativi e nuovi prodotti in grado di massimizzare la loro capacità di relazionarsi con l’audience in maniera sempre più specifica e specializzata.
Queste relazioni si costruiranno sulla base di piattaforme virtuali e fisiche che connetteranno bisogni personali e professionali, complicati da questioni come le licenze.

Alcuni elementi chiave per capire come “investire negli utenti†possono essere riassunti nelle “4 P”:
1. Packaging: il Packaging dei contenuti per un piazzamento ottimale sui motori di ricerca è stato un elemento chiave per monetizzare l’editoria elettronica degli anni 2000, ma il 2006 vedrà i publisher e le compagnie che investono in tecnologia dei contenuti muoversi verso contesti più efficaci attraverso i quali organizzare e monetizzare i contenuti.
Questo significa maggiori investimenti nell’indicizzazione e nei metadati per far sì che il contenuto venga compreso chiaramente dall’utente in qualsiasi ambiente e nella creazione di servizi di valore in grado di fornire un’aggregazione efficace dei contenuti e dei risultati dei motori di ricerca.
Se nel Web ogni pagina è una home page gli oggetti che possono essere trovati sul Web devono essere organizzati e pacchettizzati (packaged) in modo tale da poter essere fruiti su qualsiasi piattaforma o servizio tu desideri.

2. Piattaforma: nel 2006 le piattaforme emergenti per il publishing e l’utilizzo dei contenuti saranno sempre più diverse e più focalizzate sulle esigenze degli individui e delle istituzioni che ne faranno uso. Software e servizi facilmente configurabili e feed si svilupperanno sempre di più in ambienti usati dagli individui e dalle istituzioni.
Fioriranno componenti browser e browser-based che offrono un’esperienza – utente sofisticata e produttiva, mentre i PC si trasformeranno in motori di storage e di grafica con sempre meno strumenti di publishing nativi.
I flussi di contenuto che scorrono in blog e altri user-generated media saranno assorbiti rapidamente in portali più grandi, supportati da piattaforme di publishing sempre più sofisticate che permetteranno agli utenti e alle istituzioni di divenire publisher sempre più efficaci ed in grado di monetizzare con o senza partner di publishing più grandi .

3. Premium: la proliferazione di user-generated media, archivi aperti e altri nuovi materiali digitalizzati sfideranno i publisher mainstream nella creazione sia di contenuti aperti che di contenuti premium fruibili tramite sottoscrizione o altri schemi di accesso.
Nel 2006 il downloading legale, la condivisione e la riconfigurazione dei contenuti digitali da parte degli utenti saranno delle sfide da affrontare per publisher e i distributori che vogliono proteggere i loro diritti di licenza e che desiderano creare relazioni valide con utenti in ambienti personali e professionali.

4. Personalizzazione: il 2006 vedrà un’esplosione di servizi indirizzati alla capitalizzazione di pubblicazioni sempre più personalizzate e localizzate. La crescita elevata delle pubblicità online farà salire i costi significativamente, mettendo sempre più pressione sui pubblicitari per massimizzare i ritorni degli investimenti dei potenziali clienti attraverso lanci targettizzati, piazzamenti e ecommerce.
Localizzare il valore del contenuto (multi-lingua) sarà una parte chiave della personalizzazione.
Le pubblicazioni stampate ed i libri esploreranno nuove strade per la monetizzazione focalizzandosi su di una distribuzione altamente targettizata e personalizzata per audience di elite.

Articolo originale: Investing in Users: 2006 Forecast Preview

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