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27 Dicembre 2006

Internet ci viene in aiuto anche per quanto riguarda strumenti di uso quotidiano nella nostra attività lavorativa, specialmente quando si tratta di organizzare, pianificare, gestire tempi e modalità di realizzazione dei nostri progetti.
Alcuni siti ci offrono la possibilità di creare e scaricare in semplici mosse calendari personalizzabili ed altri “attrezzi” del mestiere, dalla carta millimetrata ai grafici preconfezionati.

1. Compact Calendar 2007: è un semplice file .xls da scaricare e stampare, ma ciò che lo rende davvero utile è il design, chiaro e schematico, che visualizza un intero anno in una sola pagina, rendendo estremamente facile gestire a colpo d’occhio i nostri impegni e progetti (via LifeHacker). Compact_Calendar.jpgA differenza dei calendari tradizionali, che scandiscono il tempo in mesi o settimane, il Calendario Compatto dispone i giorni in maniera contingua, come una lunga timeline, dove ogni settimana è presentata su una singola linea, con il fine settimana differenziato e ben in evidenza, ed i giorni riportati nella stessa colonna, escamotage che ci permette di riconoscere o segnare in maniera immediata eventi ricorrenti.
Il template è un file .xls -funzionante con Word, Open Office, etc..- sia PDF, in diverse lingue con allegato un documento Istruzioni contenente alcuni suggerimenti per un migliore utilizzo del Calendario.
Potete scaricate la versione italiana da MagnificaWeb.

2. Google Calendar offre una possibilità passata forse inosservata, ma che consnete in modo molto semplice di stampare il nostro Calendario online cliccando su un solo bottone.
Una volta selezionata la modalità di visualizzazione preferita (settimana, mese, giorno, etc..), clicchiamo sul bottoncino-stampante posto al di sopra del calendario ed otteniamo un file PDF ottimizzato per la stampa.
La stessa versione del calendario pronto per l’output su carta si ottiene se, una volta loggati in Google Calendar, digitiamo l’URL http://www.google.com/calendar/printable.
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Piccole antenne crescono sul Web

10 Ottobre 2006

Internet è un canale di comunicazione che sta praticamente inglobando tutti gli altri, come ben possiamo vedere: dai giornali, che si inventano versioni online e blog, al telefono, che corre sul filo del VoIP, ai messaggini brevi che diventano addirittura istantanei, rendendo alla portata di tutti la comunicazione in tempo reale. Per noi parlare poi della posta (elettronica), di fax, foto, video ed addirittura TV, che si sono lanciate sulla piattaforma del Web.

televisione.gifA differenza dei canali dove è possibile pubblicare e condividere i propri video online, com YouTube e Google Video, dove non esiste un filo conduttore tra i diversi filmati, se non una categorizzazione generale dei files archiviati, non sono mancati negli ultimi tempi “esperimenti” di televisione online vera e propria, quella che viene definita IpTV.
Molto frequentemente i canali proposti sono ibridi, quanto ai modi di funzionamento ed alle logiche di business proposte, e monotematici nella programmazione: a partire da MadeinItaly, la TV on demand che trasmette filmati e documentari riguardo le eccellenze italiane sia in amnbito commerciale ed economico sia turistico, fino a Flux, il progetto open source di MTV dove ogni utente può pubblicare le proprie realizzazioni audio e video; o addirittura TeleIAMS, la nuovissima iniziativa interattiva di IAMS dedicata agli amanti degli animali, che propone per cominciare 4 programmi accessibili a tutti, periodicamente aggiornati, sul mondo a 4 zampe.
Poi c’è Zattoo, ancora in via di sviluppo, che consente di vedere i canali TV via Internet grazie al peer to peer; e Neave.tv, un progetto unico, (more…)

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Quale futuro per WGA?

13 Agosto 2006

Quanti di voi si sono imbattuti nel Windows Genuine Advantage, un programma creato per il sistema Windows che permette di verificare la chiave Product Key del sistema? Ultimamente, come avrete notato, WGA è stato modificato ed evoluto in WGA Notification, ovvero il programma viene installato attraverso gli aggiornamenti automatici ed eseguito all’avvio di Windows; controlla il Product Key dopodiché avverte l’utente (se il sistema è pirata) di essere in possesso di una copia non valida del sitema e quindi di dover comprare una licenza autentica per abilitare il proprio Windows a un sistema riconosciuto..

Ma quale futuro è stato previsto per questo espediente?

Microsoft1978 Merita la nostra attenzione un’interessante articolo pubblicato da Tweakness News, che sostiene che Microsoft intende estendere il suo programma antipirateria, integrando nuovi controlli ‘Genuine’ direttamente nel suo prossimo sistema operativo Windows Vista ed allargando il programma non solo ai clienti finali ma anche a produttori PC e system builder, mentre, fino ad oggi, i programmi antipirateria Genuine Advantage erano destinati esclusivamente al mercato consumer (gli utenti di Windows e Office devono infatti autenticare le loro copie dei prodotti come “autentiche” prima di poter accedere a molti download e add-on sul sito web del colosso). Dal prossimo Autunno, Microsoft prevede di integrare controlli di genuinità direttamente in Vista e mirare a PC maker, system builder, Internet cafè e altri potenziali fonti di software piratato.
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News Management

14 Marzo 2006

Se pensiamo ai lunghissimi stadi dell’evoluzione umana, sarebbe legittima una riflessione sulla velocità dei cambiamenti avvenuti in questo lasso di tempo relativamente breve: cento anni in cui sono state condensate centinaia di scoperte ed invenzioni, rivoluzioni e guerre, non possono non aver destabilizzato o quantomeno confuso le masse, costringendo ad una prontezza all’adattamento non sempre possibile. Ovviamente il pubblico giovane sembra essere in ogni epoca quello più recettivo all’innovazione, ma anche più curioso e, se vogliamo, ribelle.
Riferendomi in maniera più specifica ai nuovi mezzi di informazione e comunicazione, intendo dire che mentre all’inizio del secolo si “abboccava” agli slogan pubblicitari con l’ingenuità propria dell’ignoranza (nel senso latino del termine, non conoscenza), e si recepivano le notizie presumendone una oggettività e sincerità dovute, l’avanzare dei decenni ha promosso via via nuove teorie ed approcci alternativi ai cosiddetti mass media, fondati più sul disincanto e sulla consapevolezza degli strumenti retorici, peraltro di antico retaggio, alla base di qualsiasi atto comunicativo.
In parole povere, sapere come “funziona” la comunicazione, ci ha dato il diritto di “smontarla”, analizzarla, decostruirla e rielaborarla a nostra immagine e somiglianza, facendone un punto di forza nella grande piazza virtuale ed interattiva del Web.
La possibilità di un luogo praticamente di grandezza illimitata, dove ciascuno di noi può ritagliarsi uno spazio per esprimere un’idea, ha incoraggiato la nascita e proliferazione di miliardi di giovani presunti scrittori/giornalisti/pubblicisti, etc..(compresa la sottoscritta), che si arrogano il diritto, non sempre a ragione, di SAPER FARE comunicazione.
A questo punto del discorso vorrei far presente che la maggior parte dei bloggers in circolazione non è direttamente responsabile delle notizie che “posta” su un sito: in realtà essi non CREANO le notizie, ma semplicemente le FANNO GIRARE; il che è ben altra cosa, considerato che i fatti continuano nel tempo ad essere esposti e divulgati attraverso fonti autorevoli ed autorizzate. Possiamo dire che si è di gran lunga velocizzata la diffusione delle notizie, che gossip ed indiscrezioni trapelano a qualsiasi livello con maggiore facilità, ma non dobbiamo illuderci di aver guadagnato l’accesso alla sorgente dell’informazione: sicuramente ci siamo avvicinati, ma esistono (ed esisteranno sempre) una serie di gerarchie organizzative, professionali e soprattutto di norme per la gestione dell’informazione che decideranno cosa farci leggere quotidianamente.
La scienza in questione è stata definita NEWS MANAGEMENT (letter. gestione delle notizie), formula ovviamente coniata in America poichè, come è ben noto, negli Stati Uniti esiste una cultura della comunicazione, in campo politico, aziendale, giornalistico, pubblicitario, molto più radicata, antica e capillare che nel Vecchio Continente, con un rispetto delle professioni e dei rispettivi codici strutturanti che in Europa, al contrario, cedono frequentemente il passo all’improvvisazione e ad una fumosa confusione.
Si parla di News Management normalmente in riferimento al modo in cui individui o organizzazioni tentano di controllare il flusso delle notizie verso i media; le strategie generalmente utilizzate includono la pianificazione ed il dosaggio delle informazioni, allo scopo di limitare eventuali effetti negativi, o al contrario enfatizzare eventi di grande rilevanza e guadagnarne i benefici di popolarità che derivano da un’attenta collaborazione coi mezzi comunicativi.
Il rovescio della medaglia è che non esistono limiti alla gestione, la quale in più di una occasione è sfociata nella vera e propia manipolazione dell’informazione, con conseguente dirottamento dell’attenzione del pubblico per costruire un consenso (Lippmann, 1922) ad hoc. Si parla per la prima volta di News management in riferimento all’amministrazione Kennedy: il Presidente “nato” per la televisione conquistò l’elezione grazie al successo dei dibattiti mediatici, ebbe l’abilità di fondere spunti retorici incisivi con situazione logistiche internazionali di grande pathos, fino al drammatico momento del suo assassinio a Dallas.
Tralasciando tuttavia l’aspetto etico, che richiederebbe un’analisi sui generis, voglio concentrarmi esclusivamente sui proncipi teorici-pratici del News Managemente, tecnicamente riassunti nei seguenti steps:
- pianificare in anticipo;
- rimanere in posizione offensiva;
- controllare il flusso di informazioni;
- limitare laccesso dei reporter;
- parlare dell’argomento di cui si vuol parlare;
- comunicare con voce unanime e univoca;
- ripetere lo stesso messaggio molte volte.
Leggendo tra le righe di questi suggerimenti si capisce che, per saper gestire al meglio le notizie, serve l’abilità di far passare la propria versione dei fatti attraverso il filtro dei media.
Il coordinamento di Agenzie o Uffici Stampa, pubblici e privati, realizza questo compito attraverso due principali attività:
1) Conferenza Stampa: è una riunione formale ed ufficiale indetta per far conoscere una o più notizie a giornalisti accreditati. Questi ultimi hanno la possibilità di porre domande in libertà, in un botta e risposta che sfida il poco tempo a disposizione.
L’approccio più produttivo è valutare le notizie in base agli obiettivi prefissati, ed agli ostacoli posti dall’interlocutore: una domanda “giusta” deve avere la possibilità di essere soddisfatta, riguardare una questione di interesse generale, ed essere formulata in modo accurato e conciso. Allo stesso modo una risposta efficace deve dimostrare comprensione del quesito, conoscenza del problema e delle soluzioni.
In genere le dichiarazioni rilasciate si dicono on-the-record: ciò che viene detto può essere citato tra virgolette, identificando la fonte in maniera diretta. Oppure può capitare che si preferisca diffondere notizie off-the-record, ovvero in manier “ufficiosa”, in modo tale da lasciar trapelare un fatto senza che esso sia direttamente attribuibile. Altro stratagemma comunicativo è quello che Theodore Roosevelt chiamò ballon d’essai, una vera e propria fuga di notizie fatta trapelare ad arte col solo scopo di valutare un’eventuale reazione del lettore, o creare curiosità e pathos attorno ad una notizia.
2) Comunicato Stampa: è un breve testo ufficiale, la sintesi di quello che è strettamente necessario comunicare, evitando di cadere nel banale o nel sensazionale. Esso deve avere forma e contenuto corretto perchè costituisce un modo di presentarsi e presentare: non è tracsurabile ricordare che molto spesso si lavora in funziona del soundbite (letter. morso sonoro), ovvero un passaggio ad effetto che potrebbe essere ripreso e ricordato a mò di slogan. E’ necessario indicare graficamente il destinatario del comunicato ed i dati dello stesso,l’identificazione ed i dati (l’indirizzo, il telefono, fax, e-mail) di chi invia il testo. La tecnica di scrittura deve prevedere: un titolo che susciti interesse; un sottotitolo che renda immidiatamente capibile il contenuto; la notizia o l’infomazione con capacità sintetica ed in forma chiara e concisa. Bisogna controllare che il contenuto dell’informazione non violi le leggi sulla stampa.
Il comunicato si invia attraverso i normali mezzi di comunicazione grafica (fax, file per e-mail, siti internet), avendo cura di scegliere l’orario giusto, a seconda del destinatario, perchè diversi sono i tempi di acquisizione delle notizie dei vari soggetti, quali agenzie, giornali, periodici, radio e televisioni.
L’informazione crea opinione e rende visibile anche chi la produce e la comunica: bisogna imparare ad usare gli strumenti di comunicazione per evitare un gap di credibilità tra le fonti ed i destinatari, per esercitare il dovere di far conoscere e convicere le persone del loro inviolabile diritto di sapere.

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TrustRank: la nuova indicizzazione

3 Marzo 2006

IL PAGE RANK INVECCHIA: LUNGA VITA AL TRUSTRANK!

Il 16 marzo 2005 Google Inc. ha acquistato il brevetto pr la tecnologia TrustRank, ma prima di spiegarne la definizione ed il funzionamento, è necessario fare qualche precisazione.

Si parla di web-spam quando ci si riferisce a diverse tecniche utilizzate da siti di varia natura che integrano parole chiave non attinenti al loro proprio contenuto, pur di poter essere visualizzati ai primi posti sui motori di ricerca.
Il modus operandi del web-spam agisce essenzialmente attraverso due vie:
1) link e parole chiave nascoste, che vengono comunque indicizzate dai motori di ricerca;
2) creazione di numerose pagine che linkano ad un’unica pagina designata in precedenza, in modo da rendere suddetta pagina rilevante per la classificazione da parte del motore.

L’identificazione di tali “truffe” ad occhio umano sarebbe estremamente facile, ma praticamente impossibile e troppo onerosa; inoltre il gran numero di siti indicizzati richiede comunque una gestione automatizzata e pertanto più sicura.
Per un sistema automatico, al contrario, riconoscere l’inganno risulta più complesso, pertanto si è cercato di arrivare ad una classificazione semi-automatica, che è poi alle basi della citata tecnica del TrustRank: esso infatti ha lo scopo di aiutare nella classificazione di una pagina o sito web, attraverso un processo che prevede diverse fasi:
1) l’algoritmo seleziona un gruppo di pagine delle quali non è chiaro lo “spam status”, chiamate seed;
2) un esperto umano esamina le pagine e comunica all’algoritmo quali possono essere definite spam (bad pages) e quali no (good pages);
3) l’algoritmo infine identifica le altre pagine sulle basi della precedente classificazione umana.

Facciamo un piccolo passo indietro: ricordiamo che il PageRank è un diffuso algoritmo, sul quale si è fondata per anni (e si basa tuttora) l’indicizzazione di Google, che assegna un punteggio ad ogni pagina Web, basandosi sul numero di link che riportano ad essa. Il fondamento è che, se molte pagine linkano tutte ad uno stesso indirizzo, esso DEVE essere ovviamente importante; quest’attività può essere considerata una versione più raffinata e complessa della “Link Popularity” (LP).
Il PageRank di un sito aumenta poi in relazione alla qualità delle pagine web che linkano il sito, dove per “pagine web di qualità” si intendono quelle che a loro volta hanno un alto PageRank.
Come abbiamo detto, in questa tecnologia è insita una tendenza al non-riconoscimento di possibile web-spam, dunque, per aumentare la capacità del motore di indicizzare correttamente le pagine, si ricorre ad una valutazione da parte di un esperto umano, chiamato Oracolo. Dal suo lavoro si ricava un nuovo algoritmo che assegna un valore binario pari a 0 se la pagina contiene spam (bad page), oppure pari a 1 se di buona qualità (good page).
Per limitare i costosi interventi di un Oracolo, spesso si considera anche l’esperienza empirica degli utenti, basandosi sull’assunto che una buona pagina difficilmente linka ad una spam-page (un sito di qualità non ha alcun interesse ad essere collegato con pagine cattive).
Questa convinzione ha prodotto un’evoluzione delle tecniche di spamming che ora adottano sistemi che collegano siti di qualità a pagine che a prima vista sembrano buone, ma in realtà contenengnono spam, in svariati modi:
1) nei siti che offrono la possibilità di lasciare commenti (forum, newsgroup) introducono un gran numero di link verso pagine di spam (problema risolvibile con la moderazione dei commenti o con la futura introduzione del tag link rel=”nofollow”);
2) creano vere e proprie pagine con contenuti interssanti, ma che sono piene di link nascosti verso siti equivoci (tecnica dell’Honey Pot, che viene anche resa meno evidente attraverso altrettanti links a pagine buone);
3) creano delle directory basate sui risultati dei principali motori di ricerca, che utilizzano motori chiamati spam-engine, per piazzarsi ai primi posti nelle ricerche.

Con la crescita smisurata delle fonti e dei siti sul web, i motori giocano un ruolo fondamentale per la ricerca, ma soprattutto per l’effettivo successo nell’ottenimento di informazioni. Dal momento che il web-spam demolisce questa capacità di successo nella ricerca di informazioni utili, i motori di ricerca devono necessariamente subire un’evoluzione.
Il sistema TrustRank, anche in combinazione al PageRank o altri algoritmi, sembra essere attualmente la tecnica più adatta a contribuire a questo cambiamento auspicato.

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Pajamas Media: svegliati America!

25 Giugno 2005

Pubblichiamo un interessante articolo apparso su Ideazione, in merito all’impatto del fenomeno blog sulla politica e l’informazione americana: l’esempio dei Pajamas Media e delle attività di cani da guardia dei media tradizionali da parte di altri blogger autorevoli può essere il pretesto per una riflessione sulla situazione italiana, e sul cambiamento del rapporto tra lettore ed informatore nella nuova società della conoscenza e delle tecnologie.

“Ne avete sentito parlare così tanto che probabilmente vi è già venuto a noia. Eppure non avete ancora visto nulla. Sappiate, anzi, che in America la rivoluzione dei weblog è ancora nella sua fase di gestazione. Siamo soltanto all’inizio, insomma, del fenomeno blog e soprattutto del suo impatto nella vita sociale e politica d’Oltreoceano. E non solo perché ogni minuto nasce un nuovo giornale-diario personale on line. Piuttosto, considerate questo: fino all’anno scorso quasi tutti dicevano che Internet avrebbe cambiato la politica, quantomeno quella americana, per sempre. Ora, con l’esperienza delle elezioni presidenziali alle spalle, sappiamo che quelle non erano chiacchiere al bar e ci siamo resi davvero conto che Internet ha modificato alcuni importanti aspetti della politica americana. Ora resta da capire se il cambiamento sia stato in meglio o in peggio. La risposta non è, come potrebbe apparire, scontata. Intanto dividerei la questione in due punti, cioè distinguerei l’effetto che i blog hanno avuto sulla politica dall’impatto sul mondo dell’informazione.

Cominciamo dalla politica. Credo che, fin qui, l’impatto sia stato enorme, ma negativo. Se è vero, infatti, che il flusso di informazioni sui candidati, sui loro programmi, sulle loro idee ha certamente migliorato il rapporto tra elettore e candidato, nonché le capacità di autofinanziamento e organizzative dei comitati elettorali, è altrettanto vero che aver spostato il baricentro della campagna politica sulla Rete, a danno delle più tradizionali forme di comunicazione e del classico porta a porta, ha fatto perdere ai candidati il contatto con la realtà, una realtà che quasi sempre è molto diversa da quella rappresentata o che ha voce nella comunità virtuale. Il punto è che non c’è niente di più lontano dalla vita reale del mondo descritto sulla Rete. Chi non se ne accorge entra in un vicolo cieco che finisce necessariamente per corrompere il messaggio politico, specie se ci si lascia convincere che quel mondo telematico sia un microcosmo di quello reale. L’ha spiegato molto bene Markos Moulitsas, proprietario e fondatore del più cliccato blog politico d’America, Daily Kos, seicentomila contatti quotidiani per un sito che, secondo i canoni americani, è di estrema sinistra.

A un certo punto, e a malincuore, Moulitsas ha dovuto ammettere che la comunità dei blogger «vive in un mondo diverso» da quello popolato da gente in carne e ossa. La prova di tale affermazione, Moulitsas l’ha trovata in un sondaggio pubblicato da Time Magazine secondo cui il 79 per cento degli americani non ha mai sentito nominare Ann Coulter, la corrosiva columnist di destra che è al centro di ogni battaglia culturale tra i blogger conservatori e quelli liberal. Quella ricerca dimostrava come il personaggio più noto, più amato e più odiato della blogosfera americana (e non solo) fosse totalmente sconosciuto all’America vera. Ma a voler metter di fila gli aspetti negativi della svolta internettiana della politica, una rivoluzione peraltro accelerata dall’esplosione dei blog, c’è di più e anche di peggio. L’esempio è quello dei Democratici. Alla fine del 2003, il velleitario candidato dell’ala liberal del partito, Howard Dean, grazie al suo manager Joe Trippi, ha deciso di sfidare l’establishment del partito puntando tutte le sue scarse carte politiche su Internet, sui blog, sulla mobilitazione telematica dei giovani trasformati in militanti a distanza e, soprattutto, sulla formidabile idea di usare la Rete come collettore di finanziamenti dal basso.

Una mossa geniale, anche perché ha consentito ai Democratici di accedere ai piccoli contributi dei singoli cittadini che sono sempre stati uno dei punti di forza del fund-raising dei Repubblicani. In questo modo, e da questa sua nuova costituency di giovani, carini e incavolati neri con George Bush, Dean ha raccolto circa 40 milioni di dollari e per alcuni mesi è sembrato inarrestabile. I giornali non hanno perso occasione per dimostrare di essere a loro volta scollegati dalla realtà, e hanno sprecato pagine per annunciare l’ineluttabile vittoria di Dean. Eppure alla prima prova fuori dal mondo virtuale, vale a dire in occasione del caucus in Iowa e delle primarie in New Hampshire, la bolla di Dean si è sgonfiata come si era sgonfiata la bolla speculativa di Internet qualche anno prima. Nonostante tutti quei soldi e quel can can telematico, Dean è stato letteralmente sepolto dai voti di John Kerry e di John Edwards e non si è mai più ripreso. La sua campagna sarà ricordata per quell’urlo belluino successivo alla sconfitta, un segnale di inaudito stupore che dimostrava come Dean proprio non si aspettava che l’America liberal fosse così diversa da quella che gli raccontava la Rete. Fin qui poco male.

Ma il danno che la rivoluzione internettiana ha fatto alla politica dei Democratici non si è fermato a Dean. Quel patrimonio di conoscenza e di indirizzari Internet e di collaboratori e di militanti mobilitati sulla Rete si è trasferito, sebbene senza entusiasmo, sul candidato considerato il più “presidenziale” tra i Democratici, cioè su John Kerry. Eppure, nonostante il vento della rivoluzione in poppa, Kerry ha perso lo stesso. Il fronte Bush, dal canto suo, ha utilizzato Internet in modo più tradizionale, se così si può dire di uno strumento nuovo: per costruire cioè un indirizzario di 7 milioni e mezzo di elettori. A differenza dei Democratici, i Repubblicani non hanno finanziato siti e blog politici per mobilitare gli elettori. Con i soldi, piuttosto, hanno costruito una fenomenale rete di volontari locali che ha sezionato, analizzato e mobilitato il paese contea per contea. Nel partito di Bush non c’è stato l’equivalente innamoramento per siti come meetup.org e moveon.org, giudicati dall’altra parte come la chiave di volta per entrare alla Casa Bianca.

E nessuno ha finanziato blog indipendenti come hanno fatto i Democratici con Daily Kos. Le voci del 2 novembre, a seggi ancora aperti, di una vittoria imperiosa di John Kerry su Bush, le stesse che hanno convinto tutti i giornali italiani (tranne uno) a sbagliare titolo e presidente, sono nate esattamente da questa dipendenza della politica dai blog: è stata Ann Marie Cox di Wonkette, un weblog liberal di gossip politico, a raccontare al resto del mondo, compreso quello reale che c’è cascato in pieno, di un “un uccellino” che le aveva dato per certa la vittoria di Kerry. L’uccellino, si è scoperto dopo, era un funzionario del Partito democratico. Sarebbe bastato dare un’occhiata attenta a quei dati per capire che non potevano essere rappresentativi di alcunché, eppure la notizia diffusa da un blog amico dei Democratici ha fatto un istantaneo e inarrestabile giro del mondo. I blog quindi hanno vinto la partita, sono diventati fonti autorevoli, ma essersi affidati a loro è stato un disastro strategico e politico: i Democratici non hanno soltanto sprecato denaro ed energie, ma all’improvviso si sono trovati a essere dipendenti, politicamente e finanziariamente, da un settore della società americana molto più radicale ed estremista della sua media nazionale.
[…]
Altra cosa è l’impatto dei blog sull’informazione. I blog non hanno soltanto cambiato il modo di fare i giornali, l’hanno migliorato. E il merito è dei blogger conservatori. A differenza di quelli liberal, interessati soltanto ad abbattere Bush e la sua Amministrazione, i blogger di destra sono i veri rivoluzionari della Rete. Il loro obiettivo non è l’avversario politico né il sostegno al proprio partito. Ciò che li unisce è l’odio nei confronti della stampa tradizionale e dei giornalisti professionisti, giudicati come una quinta colonna degli interessi liberal. Spesso a ragione, sono convinti che il New York Times, la Cnn, la Cbs e quasi tutti gli altri grandi organi di stampa, abbiano un pregiudizio di sinistra. Il loro gioco, la loro ragione sociale, è smascherare questo bias, questo pregiudizio. Così mentre i blog liberal hanno spostato a sinistra l’asse dei Democratici, indebolendoli, quelli conservatori hanno assestato un’infinità di colpi alla credibilità della stampa liberal. Il risultato più evidente di questo ruolo di cane da guardia della correttezza dei Mainstream Media (Msm) è quello di aver convinto la stampa tradizionale a stare più attenta prima di imbarcarsi in operazioni ideologiche e di scarsa etica giornalistica.

Dentro le redazioni ora si avverte il fiato sul collo dei blog e i giornalisti sanno che le scorrettezze avranno vita breve. Si deve ai blog conservatori Free Republic, Power Line e Little Green Footballs, per esempio. la campagna che sotto elezioni ha costretto alle dimissioni Dan Rather della Cbs. Il decano dei telegiornalisti americani aveva fatto uno scoop anti-Bush, mostrando in tv un documento del 1972 della Guardia Nazionale che svelava i favoritismi ricevuti dal presidente ai tempi del suo servizio militare. Poche ore dopo lo scoop, i tre blogger hanno avanzato dubbi sull’autenticità di quel documento e hanno scoperto che si trattava di un falso. Rather e la Cbs prima hanno prima accusato i Repubblicani di complotto, poi hanno negato, infine dopo 11 giorni di bombardamento telematico hanno dovuto ammettere il falso. I Msm avevano cercato di abbattere Bush, ma sono soltanto riusciti a screditare se stessi. I blog conservatori sono più credibili dei loro dirimpettai liberal anche per un altro motivo: a destra non c’è un sito dominante come Daily Kos e non c’è un’ortodossia conservatrice da rispettare. I primi quattro o cinque blog conservatori viaggiano intorno ai cento o duecentomila lettori al giorno.

Il principale è Istapundit, curato dal professore di Legge all’Università del Tennessee, Glenn Reynolds. Istapundit sostiene la guerra al terrorismo di Bush, ma dissente dal presidente su aborto, ricerca sugli embrioni e matrimonio omosessuale. Stessa cosa per un’altra blogstar conservatrice come Andrew Sullivan: alle elezioni ha addirittura sostenuto Kerry. Il livello di dibattito e di discussione che si trova su The Corner, il blog della National Review, non si trova da nessuna altra parte del lato sinistro della blogosfera. Su quel fronte piuttosto è nato The Huffington Post, un blog collettivo scritto da ricchi, belli, famosi di Hollywood, guidati da Arianna Huffington, una saggista e giornalista di origine greca. Nel collettivo di Beverly Hills ci sono Diane Keaton, Norman Mailer, Larry David, Walter Cronkite, Warren Beatty, Bill Maher, Al Franken, Bob Kennedy junior, attori, produttori, autori televisivi, comici, giornalisti, politici e finanche l’editrice di Playboy, Christie Hefner. Tutta gente che non ha certo bisogno di un mezzo indipendente e alternativo come il blog per far conoscere il proprio pensiero.

Ma i liberal sono fatti così: controllano l’editoria, i giornali, la televisione e il cinema eppure sono sinceramente convinti di essere dei diseredati senza voce. Molto più interessante, invece, è la fase 2 immaginata dai blogger che svelarono il falso scoop di Rather: un progetto di business chiamato Pajamas Media. La nuova fase sarà in pigiama perché un alto dirigente della Cnn aveva definito i blogger dei «ragazzini in pigiama seduti in tinello». Un modo sprezzante per dire che il parere di questi pischelli non interessa a nessuno. Eppure i pischelli avevano visto giusto, tanto che ora sia il New York Times sia il gruppo Murdoch hanno deciso di investire nel settore e di sfruttare le potenzialità del mezzo. L’idea di Pajamas Media è mettere insieme quanti più blog possibili, e in tutto il mondo, per provare a vendere gli spazi pubblicitari in blocco, sfruttare l’onda lunga dei piccolissimi blog e speculare sulla forza d’urto dei venti milioni di lettori quotidiani. Pajamas Media non vuole soltanto raccogliere pubblicità, ma pensa di attaccare i Mainstream media sul loro terreno, invadendo a pagamento gli spazi di giornali, tv e radio grazie a un Blog News Service, una specie di agenzia di stampa che fornisca ai media tradizionali i contenuti dei loro blog.”

I ragazzi in pigiama che stanno cambiando gli Stati Uniti, articolo di Christian Rocca pubblicato su Ideazione, ottobre 2005.

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Quali New Media?

21 Giugno 2005

L’evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione di massa può essere letta come componente di un più ampio processo evolutivo che ha coinvolto tutti i media nella comunicazione. L’emergere delle tecnologie digitali, oltre ad un cambiamento tecnologico vero e proprio, ha generato anche numerose implicazioni sociali, se pensiamo ai new media come la nuova industria culturale, con i suoi modi di gestione, presentazion, archiviazione dei contenuti, ed all’evoluzione dei modi d’uso e di fruizione delle informazioni da parte degli utenti.
Poichè la digitalizzazione dei segnali e lo scambio di messaggi in formati compressi ed ipertestuali hanno trovato la loro più completa forma di realizzazione nel medium Internet, è ad esso che faremo riferimento nella nostra analisi, chiarendone elementi distintivi ed implicazioni comunicative:

FISSAZIONE
La nascita della digitalizzazione dei segnali e di nuovi supporti tecnologici (cd, dvd, cd-rom) per la loro memorizzazione ha segnato un’ulteriore svolta nella storia dei media: dalla scrittura alla registrazione magnetica di suoni ed immagini, il progresso verso un grado di fissazione sempre maggiore dei prodotti simbolici è stato inarrestabile.
Gli strumenti digitali hanno introdotto però nell’universo mediale una combinazione particolare di diversi elementi:
1. immagazzinabilità: gli strumenti digitali sono innanzitutto mezzi di conservazione ed immagazzinamento delle informazioni quantitativamente molto potenti, grazie alle tecniche di compressione che hanno permesso di creare grandissimi archivi con un piccolo spreco di memoria.
2. stabilità: qualsiasi dato archiviato in forma digitale non si deteriore nel tempo e non subisce alterazioni o distorsioni durante la trasmissione.
3. accessibilità immediata: tra la produzione dei contenuti e la loro archiviazione non esiste una continuità temporale, ogni prodotto mediale è immediatamente archiviabile ed ogni archivio, immediatamente fruibile. Presente e passato sono indistinti quando l’utente naviga sul Web.
4. inalterabilità: i contenuti sono fissati in maniera stabile, indipendentemente dal numero di interazioni o fruizioni dei dati.
5. manipolabilità: i contenuti possono essere continuamente fruiti, aggiornati, arricchiti, pur senza perdita di qualità.

RIPRODUZIONE
Con le tecnologie digitali la riproducibilità dei contenuti è pressochè illimitata, facilmente accessibile e difficilmente controllabile; la qualità digitale ha messo anche in crisi la distinzione tra originale e copia, poichè la riproduzione non implica un degrado dei dati riprodotti e rende difficile stabilirne l’autenticità. Per questo è stato necessario ripensare ed adattare la nozione di diritto d’autore, di proprietà intellettuale, aprendo il lungo dibattito sulle opere d’ingegno intese come proprietà da tutelare oppure come bene pubblico che su Internet trova il luogo ideale per la libera circolazione.
Dal controllo della riproduzione delle copie, siamo passati al controllo dei percorsi di accesso ai dati.

IBRIDAZIONE E CONVERGENZA
Le innovazioni tecnologiche sollecitano continuamente l’evoluzione della comunicazione, un processo non originale, ma derivato dalla metamorfosi dei mezzi più vecchi di diffusione delle informazioni; come sappiamo, in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Le diverse forme dei media non porteranno allo sviluppo di un unico medium universale, ma piuttosto stanno procedendo su vie parallele, ma convergenti, che creano nuove forme di comunicazione.
Il processo di ibridazione entra in gioco in 3 fasi:
1. produzione dei media: evolvono le economie, fatte di imprese multimediali ed emergono nuovi soggetti produttori e distributori dei contenuti online, che hanno aperto la strada a nuovi ruoli e figure professionali;
2. canali di trasmissione: l’empiezza di banda, cavi, fibre, UMTS, wireless; un singolo strumento può veicolare servizi che in passato avevano bisogno di mezzi diversi;
3. crasi di linguaggi e contenuti: i singoli media hanno superato la loro specificità a favore di una comunicazione sincretica globale; multimediale significa appunto che la comunicazione ha inglobato codici simbolici diversi, che sono stati riadattati in relazione alla nuova tecnologia dominante ed all’accesso alla Rete.

PERSONALIZZAZIONE
Il personal medium è essenzialmente “uno strumento di comunicazione pienamente multimediale, interattivo e personale, interconnesso ad altri in tempo reale” (Chiarvesio-Lemmi, 1996).
Dunque la personalizzazione può essere snodata attraverso quattro aspetti:
1. livello di simulazione del reale, esigenza che nasce dal tentativo di raccogliere e rispondere alle sollecitazioni dell’utente in modo più diretto e naturale possibile; sia i linguaggi Ri-mediati sia lo stile “a finestre” del Web hanno lo scopo di non caricare l’utente di una fase di apprendimento, ma al contrario di inserirlo in un ambiente in cui egli sappia già muoversi, come nella realtà, secondo una logica di immediatezza e di trasparenza. La disponibilità dell’utente ad accettare l’equivalenza tra esperienza reale/simulata è una conditio sine qua non del patto comunicativo.
2. grado di interattività, intesa sia come possibilità di costruire una fruizione dei contenuti libera, senza sottostare alla rigidità di palinsesti prestabiliti; sia come scambio tra utenti, ricalcando i meccanismi dell’interazione personale (forum, chat, etc.); sia come utilizzo di dispositivi tecnologici con l’ambiente reale, progettando ad esempio componenti abitativi sulle necessità dell’utente (si pensi alla casa di Bill Gates).
3. contenuti personalizzabili, ovvero il grado con cui l’utente costruisce il proprio percorso di consultazione dei dati di interesse;
4. mobilità: il personal medium è sempre più un medium portatile, caratteristica del quale è consentire una comunicazione in movimento. Colombo (2001) ha parlato in proposito di “medium vagabondo”, in quanto l’evoluzione continua sembra star andando proprio verso lo svincolamento da una postazione di fruizione dei contenuti predefinita e fissa.

I cambiamenti sociali, economici, cognitivi, semantici, linguistici, pedagogici che hanno profondamente modificato il comportamento di milioni di utenti verso l’approccio alla comunicazione hanno innescato una vera e propria mediamorfosi, il cui percorso è cominciato tanto tempo fa, eppure è ancora tutto da scoprire.

Tratto da I nuovi strumenti del comunicare (Bettetini, Garassini, Gasparini, Vittadini; 2001)

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Generation Content

18 Maggio 2005

Si parla di Generation Content come di un gruppo numeroso di persone che fanno (spesso) ciò che fino a 10 anni fa sarebbe stato impensabile: produrre contenuto, pubblicarlo gratuitamente e farlo consumare dal pubblico, spesso molto vasto. E a volte ricavandone dei benefici economici.

Secondo una ricerca del Pew Internet & American Life Project, circa un 44% degli adulti americani utenti di Internet hanno creato una qualche forma di contenuto e lo hanno messo in rete. E questo è probabilmente niente se pensiamo a quello che ci aspetta con il progressivo entrare sul mercato di generazioni nate con una tastiera in mano e che hanno iniziato a vedere Internet (usato dai genitori, ovviamente) sin dal primo giorno di vita o giù di lì, una generazione che avrà a disposizione strumenti tecnologici per la creazione del contenuto che facciamo fatica a immaginarci.. specialmente tenendo conto che già oggi con un migliaio di euro o poco più di attrezzatura si possono autoprodurre corti o anche lungometraggi che riescono ad arrivare a prestigiose rassegne come il Sundance Festival.
L’interesse del mondo dei media “istituzionali” verso l’autoproduzione è stato espresso in moltissime occasioni: perchè non sfruttare la creatività altrui, soprattuttutto se gratuita e quantitativamente illimitata? - si chiedono i marketers.

La generazione di contenuti da parte degli utenti è un fenomeno in ulteriore espansione: i blog sono pane quotidiano, fucine di idee e creatività, promotori di quella tendenza in atto che viene definita grass root information - l’informazione dal basso.

Viene spontaneo interrogarsi sull’impatto economico di questa mole di contenuti generati dai consumatori stessi, ma anche su come le agenzie in futuro “dovranno (potranno) gestire” i contenuti fai-da-te nelle vere campagne pubblicitarie:

1. dato che lo User Generated Content essenzialmente è un modo efficace per ottenere gratuitamente contenuto e pubblicità, in un prossimo futuro probabilmente i consumatori inizieranno a chiedersi come mai non vengono pagati;
2. se ogni azienda propone contenuto generato dai consumatori, la differenziazione tra audience e produttori di contenuti si assottiglia e le aziende stesse diventano veri e propri distributori di contenuto;
3. a questo punto nasce l’esigenza di filtrare meglio i contenuti. In un parallelo con i blogs, che pure sono modi per esprimere se stessi, abbiamo visto che, quando milioni di persone esprimeranno se stesse, fintanto che arriviamo a trovare ciò che ci interessa non abbiamo più di tempo di “consumare” l’informazione;
4. quindi i “marketers” che capiranno come filtrare e contestualizzare il contenuto generato dagli utenti acquisiranno una posizione privilegiata sul mercato;
5. i consumatori prima o poi inevitabilmente si stancheranno di generare contenuto gratis per aziende come MySpace senza che quest’ultime condividano i guadagni con loro;
6. ricapitolando: i marketer che sapranno filtrare i contenuti di qualità e condividere i guadagni con gli utenti prevarranno sicuramente sul mercato. Le origini di questo nuovo modello di business si intravedono in Amazon (attraverso i suoi affiliate programs) e in Google (vedi adsense);
7. non è fantasia immaginare un modello di retribuzione”cost per play” per contenuti che attraggono nuovi visitatori sul sito ospitante.

In sostanza,le opportunità di branding risiedono nel FILTRARE, CONTESTUALIZZARE e RETRIBUIRE contenuto di qualità.

Di tesi opposta, o almeno con concorde, è Mauro Lupi, che risponde a queste riflessioni concordando sul fatto che probabilmente aumenterà la quantità di contenuti remuneati, ma che tuttavia la C-generation non potrà diventare un media sostenuto economicamente per diversi motivi:

1. Quando l’offerta è virtualmente infinita (chiunque può aprire un blog), la domanda disposta a pagare tende a ridursi fino a livelli prossimi allo zero.
2. Esisterà sempre chi offrirà piattaforme gratuite in cambio dell’aumento dell’inventory per esporre la pubblicità. Nessuno ormai crede più di poter chiedere soldi a Yahoo! o Google per il fatto che l’uso (gratuito) dei loro tool per l’email, gli IM, le chat, ecc. produce spazi che ospitano pubblicità.
3. Esiste una logica dell’economia del dono (De Biase-pensiero) per cui la quasi totalità dei blog non nasce da mercenari che scrivono per ricevere un ricavo economico diretto, ma piuttosto per la voglia di esprimersi e interagire con altri.
4. Anche se qualcuno cerca di prevedere una remunerazione per la C-generation, non ci sarà mai l’audience che potrà incrociare (e quindi pagare) tutti. L’attenzione delle persone è comunque una risorsa finita.

Se proprio si vogliono fare congetture su modelli economici speculativi su fenomeno del Consumer Generated Content, si potrebbe piuttosto pensare agli indispensabili filtri che saranno necessari per gestire tale mole di informazioni. Filtri che dovranno essere senz’altro più sofisticati e precisi degli attuali motori di ricerca.

Insomma, se sia meglio lasciare che ognuno faccia il proprio mestiere, è altrettanto vero che non si può non tenere in considerazione la portata di tali cambiamenti culturali, tanto che le grandi compagnie del web hanno previsto (e continuano a migliorare) la quantità e qualità dei servizi offerti online ai consumatori per consentire loro un’interazione sempre crescente.

Per addetti ai lavori, riporto questo interessante articolo pubblicato lo scorso dicembre.

Come il 2005 è stato un anno fondamentale per quanto riguarda l’industria dei contenuti, il 2006 sarà l’anno dei publisher, delle compagnie che hanno investito in tecnologia e degli utenti che sono alla ricerca di contenuti personali e professionali, poichè da un’era in cui molte persone cercavano di immaginare che cosa fosse un blog siamo passati ad altre forme di user-generated media che hanno assunto un ruolo determinante nell’universo dell’aggregazione dei contenuti.
L’industria dei giornali, ad esempio, si è dovuta confrontare con una realtà contaminata da blog, video online, compratori che non si interessano più delle pubblicazioni stampate.
La nascita di Google Base e il crescente interesse in wiki ed altre forme di database generate dagli utenti dimostra che ormai tutto il mondo sta diventando un database, e questa sfida costante accresce la capacità dei contenuti di essere fruiti in contesti user-oriented.
Il Web 2.0 ci fa sognare nuovi modi di dare valore ai nostri contenuti attraverso tecnologie editoriali a basso costo: sono apparsi e si sono consolidati nuovi flussi di contenuti, nuovi modelli di business, nuovi modi di organizzare il contenuto per ottenere una crescita nei profitti futuri.
Con la crescita di nuovi tool generati dagli utenti, i publisher dovranno approntare modi innovativi e nuovi prodotti in grado di massimizzare la loro capacità di relazionarsi con l’audience in maniera sempre più specifica e specializzata.
Queste relazioni si costruiranno sulla base di piattaforme virtuali e fisiche che connetteranno bisogni personali e professionali, complicati da questioni come le licenze.

Alcuni elementi chiave per capire come “investire negli utenti” possono essere riassunti nelle “4 P”:
1. Packaging: il Packaging dei contenuti per un piazzamento ottimale sui motori di ricerca è stato un elemento chiave per monetizzare l’editoria elettronica degli anni 2000, ma il 2006 vedrà i publisher e le compagnie che investono in tecnologia dei contenuti muoversi verso contesti più efficaci attraverso i quali organizzare e monetizzare i contenuti.
Questo significa maggiori investimenti nell’indicizzazione e nei metadati per far sì che il contenuto venga compreso chiaramente dall’utente in qualsiasi ambiente e nella creazione di servizi di valore in grado di fornire un’aggregazione efficace dei contenuti e dei risultati dei motori di ricerca.
Se nel Web ogni pagina è una home page gli oggetti che possono essere trovati sul Web devono essere organizzati e pacchettizzati (packaged) in modo tale da poter essere fruiti su qualsiasi piattaforma o servizio tu desideri.

2. Piattaforma: nel 2006 le piattaforme emergenti per il publishing e l’utilizzo dei contenuti saranno sempre più diverse e più focalizzate sulle esigenze degli individui e delle istituzioni che ne faranno uso. Software e servizi facilmente configurabili e feed si svilupperanno sempre di più in ambienti usati dagli individui e dalle istituzioni.
Fioriranno componenti browser e browser-based che offrono un’esperienza – utente sofisticata e produttiva, mentre i PC si trasformeranno in motori di storage e di grafica con sempre meno strumenti di publishing nativi.
I flussi di contenuto che scorrono in blog e altri user-generated media saranno assorbiti rapidamente in portali più grandi, supportati da piattaforme di publishing sempre più sofisticate che permetteranno agli utenti e alle istituzioni di divenire publisher sempre più efficaci ed in grado di monetizzare con o senza partner di publishing più grandi .

3. Premium: la proliferazione di user-generated media, archivi aperti e altri nuovi materiali digitalizzati sfideranno i publisher mainstream nella creazione sia di contenuti aperti che di contenuti premium fruibili tramite sottoscrizione o altri schemi di accesso.
Nel 2006 il downloading legale, la condivisione e la riconfigurazione dei contenuti digitali da parte degli utenti saranno delle sfide da affrontare per publisher e i distributori che vogliono proteggere i loro diritti di licenza e che desiderano creare relazioni valide con utenti in ambienti personali e professionali.

4. Personalizzazione: il 2006 vedrà un’esplosione di servizi indirizzati alla capitalizzazione di pubblicazioni sempre più personalizzate e localizzate. La crescita elevata delle pubblicità online farà salire i costi significativamente, mettendo sempre più pressione sui pubblicitari per massimizzare i ritorni degli investimenti dei potenziali clienti attraverso lanci targettizzati, piazzamenti e ecommerce.
Localizzare il valore del contenuto (multi-lingua) sarà una parte chiave della personalizzazione.
Le pubblicazioni stampate ed i libri esploreranno nuove strade per la monetizzazione focalizzandosi su di una distribuzione altamente targettizata e personalizzata per audience di elite.

Articolo originale: Investing in Users: 2006 Forecast Preview

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