Articoli Recenti

Free media sources

30 Luglio 2006

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Wikimedia Commons è un deposito di circa 700.000 files tra immagini, video e souni, tutti senza copyright o con licenze Free come Creative Commons o GNU.

Flickr/CreativeCommons è la sezione di Flickr dove gli utenti hanno scelto di pubblicare immagini liberamente utilizzabili, con licenza Creative Commons.

Freesound Project è un database collaborativo di suoni (attenzione, NON canzoni!) con licenza Creative Commons. All’iniziativa si può contribuire segnalando o pubblicando propri files audio da condividere con altri utenti.

Songbird: il nuovo Web&Music player open source

27 Giugno 2006

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screenshot_songbird Songbird è un media player costruito sul motore di Firefox, ed è anche un browser Web: è open source, funziona con Windows, Linux e Mac OSX e supporta anche le estensioni realizzate dagli utenti, incentivandone il contributo.
Il software vi fa mixare la navigazione web alla ricerca ed ascolto di musica online come se l’aveste sul vostro pc: se navigate in un sito che contiene files musicali, Songbird crea una lista di files che potete ascoltare online o scaricare.
screenshot_songbird2png Tra le tante caratteristiche, creare playlist personalizzate, integrando le librerie personali con le novità della rete è molto facile, così come è semplice e divertente personalizzare colori e layout, organizzare album e cantanti consentendo al software di scansionare le vostre cartelle in cerca delle ultime canzoni aggiunte o, caratteristica ancora più interessante, vedere e navigare le pagine Web come se fossero loro stesse una playlist!
Sempre più facile, dunque, l’accesso a stazioni radio e servizi podcast, informazioni che potrete leggere sull’aggiornatissimo blog a disposizione.
Questo nuovo Web/media player può riprodurre molti formati musicali inclusi MPEG Audio (mpega), MPEG Layer 3 (mp3), MP4 Audio, Ogg Vorbis, Speex, AAC, WMA, FLAC.

Il programma nasce dai Pionieri dell’Inevitabile, un team di innovatori digitali ed è attualmente in versione 0.1 in attesa di utenti-sviluppatori che costruiscano estensioni e plugin per il bene della community.

Guardate lo screencast!

Pajamas Media: svegliati America!

25 Giugno 2006

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Sebbene ne abbiate sentito parlare fino alla noia, sappiate che in America la rivoluzione dei weblog è ancora nella sua fase di gestazione, soprattutto per il suo impatto Oltreoceano. E non solo perché ogni minuto nasce un nuovo giornale-diario personale on line, ma anche perchè Internet ha modificato alcuni importanti aspetti della vita sociale, culturale e politica: un fervente esempio di contro-informazione americana sono i cosiddetti bloggers in pigiama, che si autodefiniscono un Open Source Media ed hanno creato un network di scrittori e liberi pensatori che vogliono essere il cane da guardia del nuovo millennio per i mezzi di informazione tradizionali americani (Mainstream Media). Pajamas_Media_logo
Tanto che dentro le redazioni ora si avverte il fiato sul collo dei blog e i giornalisti sanno che le scorrettezze avranno vita breve. Questi bloggers autorevoli, in genere politicamente schierati, hanno un giro di 200-300 mila lettori giornalieri: il principale è Istapundit, ma i veri Pajamas Bloggers, pur avendo in pungo un’amplissima fetta di lettori appassionati, continuano a ritenersi diseredati senza voce.
La nuova fase del weblogging si autodefinisce in pigiama perché un alto dirigente della Cnn aveva ridicolizzato i blogger come dei «ragazzini in pigiama seduti in tinello», un modo sprezzante per dire che il loro parere non poteva interessare nessuno. Eppure i ragazzi avevano visto giusto, tanto che sia il New York Times sia il gruppo Murdoch hanno deciso di investire nel settore e sfruttare le potenzialità del mezzo. L’idea di Pajamas Media, oggi diventato un portale ed un vero aggregatore di notizie con tanto di podcast, è mettere insieme quanti più blog possibili, e in tutto il mondo, per provare a vendere gli spazi pubblicitari in blocco, sfruttare l’onda lunga dei piccolissimi blog e speculare sulla forza d’urto dei venti milioni di lettori quotidiani. Pajamas Media non vuole soltanto raccogliere pubblicità, ma pensa di attaccare i Mainstream media sul loro terreno, invadendo a pagamento gli spazi di giornali, tv e radio grazie a un Blog News Service, una specie di agenzia di stampa che fornisca ai media tradizionali i contenuti dei loro blog.

Dossier di approfondimento.

Navigare senza Connessione. Con Webaroo si può!

26 Aprile 2006

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Logo-webaroo.pngSembra essere un controsenso..come può essere possibile navigare in internet pur non avendo a disposizione una connessione?!? A risolvere il dilemma ci ha pensato Webaroo, nuovo servizio che permette agli utenti di scaricare dei contenuti dal Web automaticamente, contenuti che possono essere inseriti in una memory card per pocketpc o sul PC o anche su un cellulare se quest’ultimo è dotato di un software per la navigazione.
Come Funziona. Il contenuto è messo a disposizione da Webaroo tramite comodi “Web Packs” cioè pacchetti di siti già predisposti alla navigazione che riguardano un determinato argomento/settore.
how-to.work-webaroo.pngI web pack sono essenzialmente mini-web di contenuti fruibili da persone in movimento.
Per il momento i “web packs” includono le maggiori città (attrazioni turistiche, vita notturna, eventi), eventi sportivi e notizie dal mondo.
Le pagine appaiono nella stessa maniera in cui appaiono sul Web incluse le pubblicità online e il layout delle pagine. Una vera e propria navigazione ma senza la connessione alla rete internet.
Indubbiamente questo servizio apre nuove frontiere nel modo di “pensare la navigazione” e si potrebbe pensare di fornire, anche a pagamento, web packs professionali fruibili su qualsiasi dispositivo.

Requisiti di sistema:
Windows PC inclusi XP SP1/SP2, Win 2000 SP4 e su Windows Pocket PC 2003 2nd Ed.

Maggiori informazioni.

[ Come funziona ]
[ Downloads Webaroo ]
[ Webaroo Blog's ]

Flux, la TV fatta dagli spettatori

19 Aprile 2006

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MTV ha promosso anche in Italia la creazione di un canale televisivo collaborativo, che nasce cioè dai contributi proposti e generati dagli stessi spettatori. Questa nuova rete, basata sul modello dell’americana Current TV, si chiama Flux, flusso, ed è attualmente visibile sulle frequenze analogiche; presto però tutti i contenuti (videoclip, cortometraggi, animazioni, interviste e altro) saranno fruibili anche dal digitale terrestre.
C’è da dire che la rivoluzione della produzione di contenuti “dal basso” sta lentamente investendo i diversi media: a partire dal Web, luogo privilegiato di creazione “democratica” e di facile condivisione e diffusione, fino alla comunicazione tradizionale che trova nel tubo catodico lo strumento prediletto per arrivare dritto al cuore (ed al cervello) degli spettatori.
Chissè se McLuhan definerebbe ancora oggi la TV un medium freddo…

Pajamas Media: svegliati America!

25 Giugno 2005

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Pubblichiamo un interessante articolo apparso su Ideazione, in merito all’impatto del fenomeno blog sulla politica e l’informazione americana: l’esempio dei Pajamas Media e delle attività di cani da guardia dei media tradizionali da parte di altri blogger autorevoli può essere il pretesto per una riflessione sulla situazione italiana, e sul cambiamento del rapporto tra lettore ed informatore nella nuova società della conoscenza e delle tecnologie.

“Ne avete sentito parlare così tanto che probabilmente vi è già venuto a noia. Eppure non avete ancora visto nulla. Sappiate, anzi, che in America la rivoluzione dei weblog è ancora nella sua fase di gestazione. Siamo soltanto all’inizio, insomma, del fenomeno blog e soprattutto del suo impatto nella vita sociale e politica d’Oltreoceano. E non solo perché ogni minuto nasce un nuovo giornale-diario personale on line. Piuttosto, considerate questo: fino all’anno scorso quasi tutti dicevano che Internet avrebbe cambiato la politica, quantomeno quella americana, per sempre. Ora, con l’esperienza delle elezioni presidenziali alle spalle, sappiamo che quelle non erano chiacchiere al bar e ci siamo resi davvero conto che Internet ha modificato alcuni importanti aspetti della politica americana. Ora resta da capire se il cambiamento sia stato in meglio o in peggio. La risposta non è, come potrebbe apparire, scontata. Intanto dividerei la questione in due punti, cioè distinguerei l’effetto che i blog hanno avuto sulla politica dall’impatto sul mondo dell’informazione.

Cominciamo dalla politica. Credo che, fin qui, l’impatto sia stato enorme, ma negativo. Se è vero, infatti, che il flusso di informazioni sui candidati, sui loro programmi, sulle loro idee ha certamente migliorato il rapporto tra elettore e candidato, nonché le capacità di autofinanziamento e organizzative dei comitati elettorali, è altrettanto vero che aver spostato il baricentro della campagna politica sulla Rete, a danno delle più tradizionali forme di comunicazione e del classico porta a porta, ha fatto perdere ai candidati il contatto con la realtà, una realtà che quasi sempre è molto diversa da quella rappresentata o che ha voce nella comunità virtuale. Il punto è che non c’è niente di più lontano dalla vita reale del mondo descritto sulla Rete. Chi non se ne accorge entra in un vicolo cieco che finisce necessariamente per corrompere il messaggio politico, specie se ci si lascia convincere che quel mondo telematico sia un microcosmo di quello reale. L’ha spiegato molto bene Markos Moulitsas, proprietario e fondatore del più cliccato blog politico d’America, Daily Kos, seicentomila contatti quotidiani per un sito che, secondo i canoni americani, è di estrema sinistra.

A un certo punto, e a malincuore, Moulitsas ha dovuto ammettere che la comunità dei blogger «vive in un mondo diverso» da quello popolato da gente in carne e ossa. La prova di tale affermazione, Moulitsas l’ha trovata in un sondaggio pubblicato da Time Magazine secondo cui il 79 per cento degli americani non ha mai sentito nominare Ann Coulter, la corrosiva columnist di destra che è al centro di ogni battaglia culturale tra i blogger conservatori e quelli liberal. Quella ricerca dimostrava come il personaggio più noto, più amato e più odiato della blogosfera americana (e non solo) fosse totalmente sconosciuto all’America vera. Ma a voler metter di fila gli aspetti negativi della svolta internettiana della politica, una rivoluzione peraltro accelerata dall’esplosione dei blog, c’è di più e anche di peggio. L’esempio è quello dei Democratici. Alla fine del 2003, il velleitario candidato dell’ala liberal del partito, Howard Dean, grazie al suo manager Joe Trippi, ha deciso di sfidare l’establishment del partito puntando tutte le sue scarse carte politiche su Internet, sui blog, sulla mobilitazione telematica dei giovani trasformati in militanti a distanza e, soprattutto, sulla formidabile idea di usare la Rete come collettore di finanziamenti dal basso.

Una mossa geniale, anche perché ha consentito ai Democratici di accedere ai piccoli contributi dei singoli cittadini che sono sempre stati uno dei punti di forza del fund-raising dei Repubblicani. In questo modo, e da questa sua nuova costituency di giovani, carini e incavolati neri con George Bush, Dean ha raccolto circa 40 milioni di dollari e per alcuni mesi è sembrato inarrestabile. I giornali non hanno perso occasione per dimostrare di essere a loro volta scollegati dalla realtà, e hanno sprecato pagine per annunciare l’ineluttabile vittoria di Dean. Eppure alla prima prova fuori dal mondo virtuale, vale a dire in occasione del caucus in Iowa e delle primarie in New Hampshire, la bolla di Dean si è sgonfiata come si era sgonfiata la bolla speculativa di Internet qualche anno prima. Nonostante tutti quei soldi e quel can can telematico, Dean è stato letteralmente sepolto dai voti di John Kerry e di John Edwards e non si è mai più ripreso. La sua campagna sarà ricordata per quell’urlo belluino successivo alla sconfitta, un segnale di inaudito stupore che dimostrava come Dean proprio non si aspettava che l’America liberal fosse così diversa da quella che gli raccontava la Rete. Fin qui poco male.

Ma il danno che la rivoluzione internettiana ha fatto alla politica dei Democratici non si è fermato a Dean. Quel patrimonio di conoscenza e di indirizzari Internet e di collaboratori e di militanti mobilitati sulla Rete si è trasferito, sebbene senza entusiasmo, sul candidato considerato il più “presidenziale” tra i Democratici, cioè su John Kerry. Eppure, nonostante il vento della rivoluzione in poppa, Kerry ha perso lo stesso. Il fronte Bush, dal canto suo, ha utilizzato Internet in modo più tradizionale, se così si può dire di uno strumento nuovo: per costruire cioè un indirizzario di 7 milioni e mezzo di elettori. A differenza dei Democratici, i Repubblicani non hanno finanziato siti e blog politici per mobilitare gli elettori. Con i soldi, piuttosto, hanno costruito una fenomenale rete di volontari locali che ha sezionato, analizzato e mobilitato il paese contea per contea. Nel partito di Bush non c’è stato l’equivalente innamoramento per siti come meetup.org e moveon.org, giudicati dall’altra parte come la chiave di volta per entrare alla Casa Bianca.

E nessuno ha finanziato blog indipendenti come hanno fatto i Democratici con Daily Kos. Le voci del 2 novembre, a seggi ancora aperti, di una vittoria imperiosa di John Kerry su Bush, le stesse che hanno convinto tutti i giornali italiani (tranne uno) a sbagliare titolo e presidente, sono nate esattamente da questa dipendenza della politica dai blog: è stata Ann Marie Cox di Wonkette, un weblog liberal di gossip politico, a raccontare al resto del mondo, compreso quello reale che c’è cascato in pieno, di un “un uccellino” che le aveva dato per certa la vittoria di Kerry. L’uccellino, si è scoperto dopo, era un funzionario del Partito democratico. Sarebbe bastato dare un’occhiata attenta a quei dati per capire che non potevano essere rappresentativi di alcunché, eppure la notizia diffusa da un blog amico dei Democratici ha fatto un istantaneo e inarrestabile giro del mondo. I blog quindi hanno vinto la partita, sono diventati fonti autorevoli, ma essersi affidati a loro è stato un disastro strategico e politico: i Democratici non hanno soltanto sprecato denaro ed energie, ma all’improvviso si sono trovati a essere dipendenti, politicamente e finanziariamente, da un settore della società americana molto più radicale ed estremista della sua media nazionale.
[...]
Altra cosa è l’impatto dei blog sull’informazione. I blog non hanno soltanto cambiato il modo di fare i giornali, l’hanno migliorato. E il merito è dei blogger conservatori. A differenza di quelli liberal, interessati soltanto ad abbattere Bush e la sua Amministrazione, i blogger di destra sono i veri rivoluzionari della Rete. Il loro obiettivo non è l’avversario politico né il sostegno al proprio partito. Ciò che li unisce è l’odio nei confronti della stampa tradizionale e dei giornalisti professionisti, giudicati come una quinta colonna degli interessi liberal. Spesso a ragione, sono convinti che il New York Times, la Cnn, la Cbs e quasi tutti gli altri grandi organi di stampa, abbiano un pregiudizio di sinistra. Il loro gioco, la loro ragione sociale, è smascherare questo bias, questo pregiudizio. Così mentre i blog liberal hanno spostato a sinistra l’asse dei Democratici, indebolendoli, quelli conservatori hanno assestato un’infinità di colpi alla credibilità della stampa liberal. Il risultato più evidente di questo ruolo di cane da guardia della correttezza dei Mainstream Media (Msm) è quello di aver convinto la stampa tradizionale a stare più attenta prima di imbarcarsi in operazioni ideologiche e di scarsa etica giornalistica.

Dentro le redazioni ora si avverte il fiato sul collo dei blog e i giornalisti sanno che le scorrettezze avranno vita breve. Si deve ai blog conservatori Free Republic, Power Line e Little Green Footballs, per esempio. la campagna che sotto elezioni ha costretto alle dimissioni Dan Rather della Cbs. Il decano dei telegiornalisti americani aveva fatto uno scoop anti-Bush, mostrando in tv un documento del 1972 della Guardia Nazionale che svelava i favoritismi ricevuti dal presidente ai tempi del suo servizio militare. Poche ore dopo lo scoop, i tre blogger hanno avanzato dubbi sull’autenticità di quel documento e hanno scoperto che si trattava di un falso. Rather e la Cbs prima hanno prima accusato i Repubblicani di complotto, poi hanno negato, infine dopo 11 giorni di bombardamento telematico hanno dovuto ammettere il falso. I Msm avevano cercato di abbattere Bush, ma sono soltanto riusciti a screditare se stessi. I blog conservatori sono più credibili dei loro dirimpettai liberal anche per un altro motivo: a destra non c’è un sito dominante come Daily Kos e non c’è un’ortodossia conservatrice da rispettare. I primi quattro o cinque blog conservatori viaggiano intorno ai cento o duecentomila lettori al giorno.

Il principale è Istapundit, curato dal professore di Legge all’Università del Tennessee, Glenn Reynolds. Istapundit sostiene la guerra al terrorismo di Bush, ma dissente dal presidente su aborto, ricerca sugli embrioni e matrimonio omosessuale. Stessa cosa per un’altra blogstar conservatrice come Andrew Sullivan: alle elezioni ha addirittura sostenuto Kerry. Il livello di dibattito e di discussione che si trova su The Corner, il blog della National Review, non si trova da nessuna altra parte del lato sinistro della blogosfera. Su quel fronte piuttosto è nato The Huffington Post, un blog collettivo scritto da ricchi, belli, famosi di Hollywood, guidati da Arianna Huffington, una saggista e giornalista di origine greca. Nel collettivo di Beverly Hills ci sono Diane Keaton, Norman Mailer, Larry David, Walter Cronkite, Warren Beatty, Bill Maher, Al Franken, Bob Kennedy junior, attori, produttori, autori televisivi, comici, giornalisti, politici e finanche l’editrice di Playboy, Christie Hefner. Tutta gente che non ha certo bisogno di un mezzo indipendente e alternativo come il blog per far conoscere il proprio pensiero.

Ma i liberal sono fatti così: controllano l’editoria, i giornali, la televisione e il cinema eppure sono sinceramente convinti di essere dei diseredati senza voce. Molto più interessante, invece, è la fase 2 immaginata dai blogger che svelarono il falso scoop di Rather: un progetto di business chiamato Pajamas Media. La nuova fase sarà in pigiama perché un alto dirigente della Cnn aveva definito i blogger dei «ragazzini in pigiama seduti in tinello». Un modo sprezzante per dire che il parere di questi pischelli non interessa a nessuno. Eppure i pischelli avevano visto giusto, tanto che ora sia il New York Times sia il gruppo Murdoch hanno deciso di investire nel settore e di sfruttare le potenzialità del mezzo. L’idea di Pajamas Media è mettere insieme quanti più blog possibili, e in tutto il mondo, per provare a vendere gli spazi pubblicitari in blocco, sfruttare l’onda lunga dei piccolissimi blog e speculare sulla forza d’urto dei venti milioni di lettori quotidiani. Pajamas Media non vuole soltanto raccogliere pubblicità, ma pensa di attaccare i Mainstream media sul loro terreno, invadendo a pagamento gli spazi di giornali, tv e radio grazie a un Blog News Service, una specie di agenzia di stampa che fornisca ai media tradizionali i contenuti dei loro blog.”

I ragazzi in pigiama che stanno cambiando gli Stati Uniti, articolo di Christian Rocca pubblicato su Ideazione, ottobre 2005.